Ant Group è un’azienda cinese di pagamenti digitali e servizi finanziari, di quelle che oggi vengono definite con l’appellativo di “fintech”, di proprietà di Jack Ma, il miliardario cinese che la ideò come sistema di pagamento per Alibaba, la cosiddetta “Amazon cinese”, anch’essa di sua proprietà.

Nel 2011, però, Ma decise di separare le due società, le quali, pur mantenendo un rapporto preferenziale, hanno avuto percorsi diversi. Nel settembre del 2014, infatti, Alibaba si quotò alla borsa di New York, raggiungendo quella che era allora la più alta quotazione in borsa della storia, superata successivamente, nel dicembre del 2019, solo da Saudi Aramco (29.4 miliardi di dollari), la compagnia petrolifera di proprietà della famiglia reale dell’Arabia Saudita.

Lo scorso novembre, Ma si apprestava a riprendersi lo scettro quotando presso le borse di Pechino e Shanghai l’11% di Ant Group per 34.4 miliardi di dollari, portando la capitalizzazione complessiva della società oltre i 300 miliardi di dollari.

Più che della cifra in sé, che tanto aveva attirato i media generalisti, la quotazione di Ant sarebbe stata importante perché avrebbe segnato uno spartiacque importante per la Cina, dato che mai prima di allora una IPO così rilevante era in procinto di realizzarsi al di fuori di Wall Street, la prova che non era più necessario fare affidamento su modelli di business e su tecnologie occidentali per prosperare, una rivincita al protezionismo di Trump.

Ho usato il condizionale perché, a meno di 48 ore dal debutto, la borsa di Shanghai annunciò a sorpresa che avrebbe ritirato la quotazione di Ant a causa di importanti cambiamenti delle regole per gli operatori finanziari, a cui fece seguito, poco dopo, una comunicazione analoga da parte della borsa di Hong Kong.

In realtà, alla base dello stop ci sarebbe stato un discorso tenuto lo scorso 24 ottobre da Jack Ma durante un forum a Shanghai, al quale partecipavano le più importanti personalità politiche ed economiche del Paese, in cui l’imprenditore aveva duramente attaccato il sistema bancario cinese, accusandolo di avere una “mentalità da banco dei pegni”, un’espressione che non passò inosservata, al punto da spazientire persino al Presidente cinese Xi Jinping.

L’idea di fondo di Ma è che mentre i sistemi bancari occidentali, e la normativa ad essi associata, per quanto complessi e obsoleti rispondono al bisogno di controllo del rischio, mentre quello cinese, per quanto più giovane, risulta di fatto inesistente, in quanto incapace di supportare le piccole imprese ed i ceti meno abbienti, che di fatto sarebbero meglio serviti da aziende tecnologiche innovative.

Tutto ciò si ritorse contro non solo Ma, sparito dai riflettori per circa tre mesi, e le sue aziende, costrette a fronteggiare un pesante tracollo in borsa, ma la credibilità dell’intero sistema finanziario cinese, dimostratosi ancora una volta acerbo, inaffidabile, assai distante dalle moderne borse occidentali. Neppure l’uomo più ricco della Cina può permettersi di criticare lo status quo.

Sulla necessità per la Cina di sviluppare un moderno sistema finanziario si discute da tempo, io stesso, alcuni anni fa, dedicai al tema un articolo, le stesse autorità cinesi ne sono consapevoli, nel contempo però esse temono che lasciar eccessivo spazio ai giganti tecnologici cinesi possa indebolire l’influenza delle banche statali e, di conseguenza, del potere del Partito Comunista.

Oltre ai timori sulla tenuta del sistema finanziario – a tal proposito Pechino vorrebbe che Ant e le altre aziende del fintech si attenessero ai vincoli patrimoniali imposti alle banche di importanza sistemica, tra cui il detenere denaro in cassa per almeno l’11,5% delle loro attività ponderate per il rischio – vi è anche un’altra questione a preoccupare le autorità cinesi: l’enorme mole di dati dei consumatori a loro disposizione.

Ant Group vanta infatti oltre 700 milioni di utenti attivi ogni mese e 2.15 trilioni di yuan (333 miliardi di dollari) di prestiti al consumo e alle piccole imprese, secondo il suo prospetto IPO dello scorso giugno, a fronte di soli 16 miliardi di yuan (2,5 miliardi di dollari) di capitale autorizzato. Volendo fare un confronto, secondo la Banca centrale cinese, le oltre 4.000 banche commerciali presenti in Cina, nello stesso periodo, detenevano prestiti solo per sei volte di più.

Avere un maggior controllo di queste aziende, in un’ottica di sviluppo di infrastrutture finanziarie e di implementazione dello yuan digitale, sarebbe auspicabile per Pechino, è per tale ragione che Xi Jinping ha a lungo favorito le aziende di proprietà statale rispetto a quelle private come Alibaba e Ant, le quali però non si sono dimostrate altrettanto abili nella spinta innovativa. Esporre le startup cinesi ad eccessive regolamentazioni rischia di tarpar loro le ali, se la Cina vuole liberarsi dalla percezione di Paese produttore di merci a basso costo e di qualità discutibile, promuovendosi finalmente come alternativa credibile agli Stati Uniti, deve assolutamente incentivare, e non ostacolare, lo sviluppo di un’economia di servizi che, in questa fase storica, vede lo sviluppo di app tra i suoi principali sbocchi.

Insomma, il tema è trovare il giusto trade-off tra il bisogno di controllo dell’operatore pubblico e la necessaria libertà da concedere all’iniziativa privata affinché essa possa prosperare. Non sarà semplice.

In attesa di capire quale piega prenderà la vicenda Ant Group, l’invito, come al solito, è di condividere l’articolo se è stato di vostro gradimento e di iscrivervi alla newsletter, o di mettere “Mi piace” alla mia pagina Facebook, in modo da restare aggiornati sulle future pubblicazioni, grazie per la lettura!