Edgar Lungu, Presidente dello Zambia.
Edgar Lungu, Presidente dello Zambia.

Com’è ormai noto, il coronavirus, oltre agli effetti drammatici in termini di vite umane direttamente correlati al protrarsi della pandemia, sta avendo conseguenze importanti anche sulla tenuta economica dei Paesi, tanto tra quelli sviluppati, quanto, e soprattutto, tra quelli in via di sviluppo.

È il caso dello Zambia, il primo Paese a rischiare il default a causa della pandemia.

È di circa dieci giorni fa, infatti, la notizia del mancato pagamento di una tranche da 42,5 milioni di dollari su un prestito denominato nella valuta statunitense, pagamento che il Governo locale aveva nelle settimane precedenti provato, invano, a posticipare.

Se lo Zambia non dovesse riuscire a soddisfare le richieste dei creditori – vi sono tre Eurobond in circolazione per un valore complessivo di 3 miliardi di dollari – il Paese verrà dichiarato insolvente e portato in tribunale dai creditori.

Eppure, soltanto cinque anni fa, lo Zambia passava dal sedersi ai tavoli di alleggerimento del debito riservati alle Nazioni più povere del mondo all’entrare nel piccolo club dei Paesi africani con il pieno accesso ai mercati globali.

Fino al 2015, infatti, la forte domanda estera di rame, di cui lo Zambia è tra i maggiori produttori al mondo, soprattutto derivante dalla Cina, aveva permesso allo Stato africano di raddoppiare le dimensioni della propria economia.

L’entusiasmo scaturito dagli alti tassi di crescita, unito alla conseguente possibilità di indebitarsi a buon mercato – c’è stato un periodo nel quale i tassi di interesse associati al debito sovrano dello Zambia erano inferiori a quelli della Spagna – hanno portato il Governo di Edgar Lungu, che ha preso il potere proprio nel 2015, a copiosi investimenti, molti dei quali rivelatesi, col tempo, poco lungimiranti, poco utili allo sviluppo del Paese; così, mentre la costruzione di una diga per lo sfruttamento dell’energia idroelettrica si inquadrava bene in un corretto utilizzo delle risorse, la costruzione di un secondo aeroporto internazionale o la realizzazione di una rete autostradale un po’ disordinata lo erano molto meno.

Il diffondersi della pandemia ed il conseguente crollo dell’economia mondiale e, con esso, la domanda mondiale di rame, ha esacerbato gli errori di gestione commessi, rendendo chiaro ai più quanto le risorse disponibili avrebbero dovuto essere destinate con maggior diligenza e in progetti in grado di diversificare le sue opportunità di sviluppo.

Quello di costruirsi un’alternativa è un tema a mio avviso cruciale, l’abbiamo visto in passato con due esempi opposti, quello del Venezuela, un Paese che, nonostante la vasta disponibilità di giacimenti petroliferi, è riuscito a ridurre alla fame la sua popolazione, e quello della Norvegia, primo produttore di petrolio in Europa, che negli anni, con intelligenza e lungimiranza, ha destinato gran parte dei proventi in un fondo da mille miliardi – il più grande fondo sovrano del mondo – che investe in ogni settore, anche e soprattutto in energie alternative.

Sempre nell’ottica di voler fare dei confronti, è bene ricordare che lo Zambia, così come il Venezuela, ha una propria valuta, il kwacha zambiano, che nell’ultimo anno ha perso circa un terzo del suo valore rispetto al dollaro: ciò non impedirà al Paese africano il default, a riprova del fatto che la questione “sovranità monetaria”, tanto cara ai nostri sovranisti, se si perde l’accesso ai mercati, lascia il tempo che trova. Ebbi modo di chiarire questo aspetto quando scrissi dello Zimbabwe, un’economia a cui molti zambiani ora cominciano a guardare con preoccupazione, temendo che al proprio Paese possa toccare un destino analogo.

Ciò che ha maggiormente irritato gli investitori internazionali, il cui 40% lo scorso venerdì ha votato per bloccare la proposta di sospensione (sarebbero stati necessari i due terzi dei consensi), convincendoli a propendere per il “No” riguardo ad un eventuale posticipo dei pagamenti, attiene alla scarsa trasparenza mostrata dal Governo zambiano, a cui si lamenta l’assenza di un piano credibile di ristrutturazione del debito e nessun impegno con il Fondo Monetario Internazionale in tal senso, oltre che il sospetto che i creditori cinesi possano essere trattati in modo migliore rispetto a tutti gli altri, basti pensare agli accordi sulla dilazione dei pagamenti raggiunti con due creditori cinesi, China Exlm Bank e China Development Bank, accordi che avrebbero dovuto coinvolgere la platea dei creditori nel loro complesso.

In conclusione, sono due le lezioni che a mio avviso questa storia deve impartirci.

La prima è che la politica espansionistica cinese degli ultimi anni verso l’Africa, e non solo, rappresenta un tema fin troppo sottovalutato dall’Occidente, in particolar modo dall’Unione Europa. Dirottare risorse ingenti verso il continente nero sarebbe il modo migliore per arginare il fenomeno migratorio, impedendo, nel contempo, che le fragili finanze pubbliche di molti Paesi africani finiscano nella morsa del neo colonialismo cinese: soltanto così migrare tornerà ad essere una scelta, e non una necessità.

La seconda è che l’abbondante disponibilità di risorse che arriveranno dall’Europa con il Next Generation EU, volgarmente conosciuto come Recovery Fund, dovranno essere utilizzate dalla politica con competenza e lungimiranza, qualità che, ahimè, spiace dirlo, non vedo nel nostro attuale Esecutivo.

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