banconote da 500 miliardi di dollari zimbabwiani ritirate nel 2009

Le banconote da 500 miliardi di dollari zimbabwiani ritirate nel 2009 dopo che l’inflazione schizzò al 500,000,000,000%.

Tra gli euroscettici si fa spesso un gran parlare della necessità di recuperare la cosiddetta “sovranità monetaria”, ossia della necessità di tornare alla propria moneta nazionale in modo da, in un sol colpo, finanziare i propri disavanzi stampando carta moneta e rendere le proprie esportazioni più concorrenziali a seguito della svalutazione monetaria che viene a crearsi.

È sulla base di questo assioma che i Paesi del Mediterraneo, Italia in primis, sono cresciuti negli scorsi decenni, presupposto arrestatosi dall’introduzione dell’euro, dato che la Banca Centrale Europea venne costituita su base Bundesbank, dunque con una maggiore attenzione verso la stabilità dei prezzi – anzi, stando allo suo Statuto, unico obiettivo –  ipotesi certo non perseguibile svalutando continuamente la propria moneta. Ricordate quando i nostri nonni ci raccontavano che quel bene che allora si acquistava per 1000 lire, un tempo ne costava 10? Ecco.

In un mondo nel quale l’economia pare diventata il fulcro di ogni discussione, in tanti hanno compreso che una moneta più debole aiuta a rendere i prodotti delle nostre imprese più concorrenziali con il risultato di agevolarne le esportazioni, in molti, però, ancora ignorano il rovescio della medaglia: una moneta debole abbassa il nostro potere di acquisto, rendendoci di fatto più poveri.

Basare la propria crescita economica su continue svalutazioni monetarie è una strategia di politica economia poco lungimirante, di certo aiuta quando si è nello stadio di “Paese in via di sviluppo”, successivamente, però, il vantaggio competitivo va costruito su basi diverse, ciò che se n’è ricavato andrà investito in ricerca, in modo da costruirsi un futuro radioso.

L’errore dunque non fu accettare che la BCE somigliasse alla Bundesbank, ma non aver fatto nulla di diverso rispetto al passato, il che non vuol dire necessariamente provare ad emulare la Germania, ma soltanto seguire quanto di buono era stato fatto lì, perché l’Italia, nel bene e nel male, non è la Germania, ogni Paese ha le proprie peculiarità, ed è questo l’aspetto che i padri fondatori dell’Unione avrebbero dovuto ben tenere a mente quando stilarono i cosiddetti criteri di convergenza.

Ho voluto fare questa premessa perché, agli antipodi della volontà di recuperare la propria sovranità monetaria, come dicevo, tanto in voga tra gli euroscettici, c’è lo Zimbabwe, i cui cittadini, nonostante i continui tentativi da parte del Governo di ripristinare il dollaro zimbabwano, si rifiutano categoricamente di accettarlo.

Per capire il perché, occorre ripercorrere la breve storia del Paese africano, il quale nacque il 18 aprile 1980 dalla colonia inglese della Rhodesia.

Una delle prime mosse del nuovo Paese fu sostituire la vecchia valuta, il dollaro rhodesiano, con il nuovo dollaro zimbabwano, ereditandone però il medesimo cambio, fissato all’epoca a 1.59 dollari statunitensi.

Negli anni 2000, a seguito della confisca dei terreni agricoli posseduti dai bianchi e del ripudio del debito nei confronti del Fondo Monetario Internazionale, lo Zimbabwe fu travolto dall’iperinflazione. Nel febbraio del 2006, il governatore della Banca Centrale dello Zimbabwe, Gideon Gono, annunciò che il Governo aveva stampato ben 21.000 miliardi di dollari allo scopo di acquistare valuta estera, saldando così il debito contratto con il FMI. A fine maggio, in aggiunta, ulteriori 60.000 miliardi vennero stampati, al fine di fronteggiare gli aumenti salariali concessi a soldati e poliziotti (+300%) e agli altri dipendenti pubblici (+200%).

Tali spese, non previste per il conto corrente fiscale, non avevano copertura finanziaria e il Governo evitò di dichiarare da dove erano derivati tali fondi. Nel febbraio 2007, la Banca Centrale dichiarò l’inflazione illegale, vietando qualsiasi aumento dei prezzi per i beni di prima necessità nel periodo marzo-giugno 2007.




A novembre 2008 il tasso annuo di inflazione nello Zimbabwe era pari a 89.700 miliardi di miliardi di punti percentuali. In gennaio, la Banca Centrale, a questo punto, smise di comunicare il dato relativo all’inflazione che si attestò al 100.580%.

Un pezzo di pane costava circa 30mila miliardi di dollari zimbabwani. Le banconote del Paese africano, in media, perdevano valore ad una velocità da non poter durare oltre una settimana: una banconota da 500.000 dollari zimbabwani emesse a fine del 2008 non erano più in circolazione già nel 2009; valeva infatti soltanto 0,00004 centesimi di dollaro statunitense in base al tasso di cambio ufficiale.

Un’impresa bavarese a conduzione familiare – la stessa che negli anni Venti fornì carta per banconote alla Repubblica di Weimar – inviò tonnellate di carta alla capitale dello Zimbabwe, Harare. L’impresa, che intratteneva rapporti d’affari con la nazione africana da prima che Mugabe ottenesse il potere nel 1980, è una delle poche produttrici al mondo della speciale carta, particolarmente importante in un’epoca nella quale, attraverso le nuove tecnologie, è diventato più agevole la contraffazione. Tuttavia, nel 2008, sotto la pressione del Governo tedesco, essa smise di inviare la carta allo Zimbabwe.

Sebbene la mancanza di carta avesse reso più difficile stampare moneta, ciò non era sufficiente a fermare l’iperinflazione, a meno che il Governo non decidesse di adottare un sistema monetario completamente diverso.

Tra la fine del mese di dicembre 2008 e l’inizio del mese di gennaio 2009, l’utilizzo di valuta straniera come mezzo comune di scambio divenne sempre più frequente, mentre sempre meno beni e servizi venivano acquistati e venduti in valuta locale. Nel mese di aprile 2009, lo Zimbabwe smise di stampare dollari zimbabwani, con il rand sudafricano e il dollaro statunitense che divennero le monete tipicamente utilizzate negli scambi.

È di queste settimane la notizia secondo la quale lo Zimbabwe ritornerà a stampare una propria valuta, ancorandola attraverso un cambio alla pari al dollaro statunitense, cominciando dai tagli relativi a 2 e 5 dollari. Esso rappresenta un tentativo di completare il range di banconote estere usate dal 2009, dopo che il crollo delle esportazioni ne ha determinato la scarsità.

Tale proposta, come dicevo all’inizio di questo articolo, non è visto di buon grado dalla maggior parte dei cittadini, i quali temono un ritorno all’iperinflazione.

Un precedente annuncio del piano di introdurre una nuova moneta aveva scatenato rivolte nella capitale Harare, anche dopo che il Governo aveva assicurato che la nuova valuta sarebbe stata sostenuta da un prestito internazionale di 200 milioni di dollari americani.

Le banche hanno limitato il prelievo di contanti onde evitare una accumulo di dollari, utilizzato ad oggi per il 95% delle transazioni nel Paese, mentre alcuni negozi stanno limitando la vendita dei beni di prima necessità.

Lo Zimbabwe sta affrontando una crisi di liquidità che lo ha costretto al pagamento in ritardo degli stipendi pubblici, nel mese di settembre sono stati annunciati 25,000 tagli dei posti di lavoro per far fronte ai prestiti internazionali per complessivi 9 miliardi di dollari contratti con il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e la Banca Africana di Sviluppo. Poche settimane fa lo Zimbabwe è riuscito a far fronte alla rata da 1.8 miliardi dovuta in giugno al FMI.

Oltre al dollaro americano, al momento, in Zimbabwe coesistono altre 8 valute, tra le quali il rand sudafricano, l’euro, la sterlina inglese e lo yuan cinese, e in queste condizioni, sarà assai difficile per il Governo imporre la nuova valuta, dato che la sola notizia ha condotto le persone a tesaurizzare le monete estere.

L’esempio dello Zimbabwe è chiaramente un’iperbole, non voglio fare come quelli che paragonano la crescita del PIL tra Paesi in stadi di sviluppo diversi – quante volte abbiamo sentito un politico, ignorante o mascalzone, decidetelo voi, esclamare “L’Italia cresce meno di x”, dove x sta per un qualsiasi Paese in via di sviluppo, il nostro famoso “zero virgola”, in termini nominali, vale dieci e più punti percentuali di un’economia del terzo mondo – voglio solo dire che il recupero della sovranità monetaria non è la soluzione ad ogni male, tutt’altro, può offrire sì maggiori margini di manovra, ma, un suo abuso, può comportare il dissesto di una Nazione.

L’economia non è una scienza esatta, non esistono ricette univoche per contesti diversi, lo si tenga sempre a mente.