Ursula von der Leyen
Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea.

Il discorso pronunciato ieri dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, concernente la proposta dell’organo esecutivo europeo sul cosiddetto “Recovery Fund”, rischia seriamente di finire sui libri di storia, segnando, finalmente, un deciso cambio di passo da parte dell’Istituzione verso una progressiva unione fiscale, condizione indispensabile per la costituzione dei tanto sognati “Stati Uniti d’Europa”.

Uno dei limiti più spesso addotti alla teoria delle “Aree valutarie ottimali“, dalla definizione che ne diede il premio Nobel Robert Mundell, quale l’Eurozona avrebbe voluto configurarsi, è, infatti, la mancanza di un’unione fiscale o comunque di un bilancio comunitario di dimensioni idonee e non, come nel caso dell’UE, ridotto (circa l’1% del PIL di tutti gli Stati membri), dunque assolutamente insufficiente all’attuazione di un programma di Governo che abbia una qualche efficacia o credibilità.

Ed è proprio a tal proposito che il Recovery Fund sembra segnare una svolta: i 750 miliardi di cui esso andrà a comporsi, andranno a sommarsi al prossimo bilancio Ue 2021-2027 che varrà già di per sé 1.100 miliardi.

Essi non saranno il frutto dell’emissione di obbligazioni nel senso più classico del termine, in quanto, la Commissione, pur finanziandosi sui mercati con bond aventi scadenza tra il 2028 e il 2058, imporrà ai singoli Stati membri di versare i loro contributi individuali al bilancio dell’UE, da calcolare, come al solito, in base alla dimensione relativa del loro prodotto interno lordo; inoltre, rispetto a quanto osservato finora, una cospicua parte di essi, i due terzi (500 miliardi), dovrebbero assumere la forma di sovvenzioni, dunque di finanziamenti a fondo perduto (grants), da destinare ai Paesi i cui settori hanno subìto il maggior impatto economico del coronavirus, un’assoluta novità che andrebbe a superare con slancio gli egoismi dei Paesi nel nord, sempre poco inclini a fidarsi degli Esecutivi mediterranei. La restante parte, invece, (250 miliardi) sarebbero erogati sotto forma di prestiti (loans) agli Stati membri.

Secondo le prime stime, la quota più alta dei fondi spetterebbe proprio all’Italia, per un ammontare complessivo di 172,7 miliardi di euro, di cui 81,807 miliardi versati come aiuti a fondo perduto e 90,938 miliardi come prestiti.

Recovery Fund: ripartizione per Paese tra sovvenzioni (grants) e prestiti (loans). Fonte: Corriere della Sera

Fondo perduto non significa però completa libertà di spesa.

I Governi infatti dovranno elaborare un Piano per la ripresa che rispetti delle linee guida dettate da Bruxelles per ciascuno Stato; nello specifico, per quanto concerne il nostro Paese, si richiedono investimenti sul sistema sanitario, sul mondo del lavoro, sia per quanto riguarda la protezione dei lavoratori, dunque politiche passive, sia per quanto concerne predisposizione di politiche attive. Secondo la Commissione europea vanno inoltre rafforzati gli strumenti di insegnamento a distanza, l’applicazione di misure in grado di fornire liquidità all’economia reale, incluse le PMI, le aziende innovative e gli autonomi, evitando i ritardi nei pagamenti. Ancora, gli investimenti per la ripresa dovranno focalizzarsi sulla green economy e sulla digitalizzazione. Infine, si richiede un miglioramento dell’efficienza del sistema giudiziario e della pubblica amministrazione. Gli aiuti dovranno concentrarsi sui settori maggiormente colpiti, dunque il turismo, l’automotive ed i trasporti.

Ciò nonostante, tale forma di aiuto si configura come un deciso passo in avanti rispetto al MES (meccanismo europeo di stabilità), il famoso fondo salva Stati, che offre solo prestiti, sebbene, a seguito dell’ultimo Consiglio Europeo, per la sola parte concernente investimenti sanitari, a tassi estremamente competitivi. 

Infine, sebbene i dettagli non siano stati ancora chiariti, vi è un primo tentativo da parte della Commissione di ottenere dei propri flussi in entrata, attraverso imposizioni fiscali a livello comunitario, concernenti per lo più la predisposizione di imposte in ambito ambientale e sui giganti del web, da cui nascerebbe il Ministero del Tesoro dell’UE, un organo con una capacità di spesa assolutamente indipendente da quello che è il “peso” di ciascun Stato membro.

Dato che il Recovery Fund sarà agganciato al prossimo bilancio Ue 2021-2027, è stato posto il problema di come affrontare gli effetti del coronavirus per quest’anno. Nell’ottica comunitaria, i fondi immediatamente disponibili sono quei 540 miliardi messi a disposizione tra SURE, BEI e MES – ricordiamo che su quest’ultimo c’è un insano ostracismo del partito di maggioranza che sostiene il Governo Conte – anche se il commissario al bilancio UE, Johannes Hahn, ha proposto di aggiungere un ponte da 11.5 miliardi. Staremo a vedere.

Stiamo però ai fatti.

Per onestà intellettuale, è bene chiarire che di approvato non c’è ancora nulla, la proposta non è ancora operativa e dovrà essere vagliata dal Consiglio Europeo prima – è richiesta l’unanimità – e dal Parlamento Europeo poi.

Sebbene le perplessità tedesche siano state vinte – il Recovery Fund, lo ricordiamo, è il risultato di un accordo bilaterale raggiunto tra Francia e Germania – restano vive le resistenze di Svezia, Danimarca, Austria e Paesi Bassi. 

Ciò significa che l’accordo finale potrebbe subire qualche modifica, soprattutto nel rapporto tra sovvenzioni e prestiti.

Sarà poi interessante conoscere la posizione dei Paesi orientali, i quali hanno largamente beneficiato del fondo di coesione dell’UE ma che da questo Recovery Fund, essendo stati colpiti lievemente dalla pandemia, riceveranno ben poco.

A mio avviso c’è da essere ottimisti: con la Gran Bretagna fuori dai giochi – è risaputo che gli inglesi siano sempre stati contrari ad una maggiore integrazione –  il fatto che per una volta Germania, Francia, Italia e Spagna, ossia le prime quattro economie dell’Unione Europea, siano dalla stessa parte, lascia ben sperare, forse un’Europa diversa è ancora possibile.

Una chiosa finale: il Recovery Fund rappresenta un’enorme opportunità di rilancio per il nostro Paese, da italiano, mi auguro che le ingenti risorse messe a disposizione siano gestite da un Governo istituzionale composto da personalità di alto profilo e riconosciuta competenza, i Conte, i di Di Maio, le Azzolina, i Bonafede e i Boccia si facciano da parte.

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