Brexit, facciamo il punto.

da | Mar 28, 2019 | Politica economica, Tutto Su Brexit | 0 commenti

Theresa-May-Brexit
La premier inglese Theresa May.

Sono trascorsi circa due mesi dal mio ultimo articolo su Brexit.

Non che di cose in questo lasso di tempo non ne siano successe, anzi, solo che, come manifestato in un recente post sulla mia pagina Facebook – a proposito, se vi va, seguitemi – la situazione ha assunto, e sta assumendo, dei contorni così complessi e, per certi versi – perdonerete l’espressione – tragicomici, da comportare un’analisi più accurata e complessiva della semplice riproposizione delle singole notizie.

Quest’articolo ha l’obiettivo di fare il punto su quanto accaduto nelle ultime settimane, provando infine a tracciare i possibili sviluppi, senza però alcuna presunzione di offrire una soluzione definitiva, anche perché, come scoprirete leggendo queste righe, una soluzione pare non esserci.

Ci eravamo lasciati con la pesante bocciatura da parte del Parlamento britannico all’accordo sull’uscita del Regno Unito dall’UE, accordo che la Premier Theresa May ha definito a più riprese “il migliore possibile”. Bocciatura che si era ripetuta in un secondo tentativo e che, con ogni probabilità, si sarebbe ripetuta ancora in un terzo, eventualità che la Premier britannica ha preferito evitare. [AGGIORNAMENTO 28/3: Arrivata la terza bocciatura!]

Nel frattempo la scadenza per Brexit, fissata inizialmente per il 29 marzo, è stata posticipata al 22 maggio, vincolata però all’approvazione dell’accordo su citato entro la fine di questa settimana; in caso contrario, Theresa May avrà tempo fino al 12 aprile per comunicare all’UE cosa intende fare, ossia uscire dall’Unione senza un accordo, richiedere una proroga più lunga, soggetta presumibilmente a nuove elezioni in patria e alla frittata delle prossime elezioni europee in programma tra il 23 ed il 26 maggio, alle quali non è ancora dato sapere se i sudditi di Sua Maestà dovranno prendere parte, o un nuovo referendum, come richiesto dal centinaia di migliaia di persone a Londra lo scorso sabato e dalla petizione lanciata sul sito del Parlamento inglese che si appresta a raggiungere le sei milioni di firme.

Per uscire da questa impasse la Premier inglese, nella giornata di ieri, si è resa disponibile anche a barattare le proprie dimissioni con l’accettazione dell’accordo, ipotesi che pare aver convinto alcuni parlamentari, su tutti il suo probabile successore, il conservatore Boris Johnson, ma non il DUP, il partito unionista nord-irlandese, quello che è stato definito la stampella della May, fermo oppositore del cosiddetto backstop, in quanto ritenuto come il primo passo verso la separazione della regione dal Regno Unito e la successiva annessione alla Repubblica d’Irlanda.

Un altro interessante sviluppo andato in scena ieri è stata la messa ai voti da parte del Parlamento britannico di 8 proposte alternative su Brexit, dopo che nella giornata di lunedì l’ex ministro conservatore Oliver Letwin aveva presentato con successo (329 voti contro 302) un emendamento in tal senso.

Tali proposte, per quanto indicative, hanno non poco irritato la Premier May che con una nota ha sottolineato quanto questa mossa “ribalti l’equilibrio tra le istituzioni democratiche e stabilisca un precedente pericolo e imprevedibile per il futuro”.

Di seguito, in sintesi, le 8 proposte con il relativo esito.

2. Proposta D: “Common Market 2.0”.

Adesione al Regno Unito dell’Associazione europea di libero scambio (Efta) e dello Spazio economico europeo (SEE). Permette la continua partecipazione al mercato unico e un “accordo doganale completo” con l’UE dopo la Brexit, che rimarrebbe in vigore fino all’approvazione di un accordo commerciale più ampio che garantisce spostamenti di merci senza attrito e una frontiera aperta sull’isola d’Irlanda.

Esito: 283 contrari – 188 favorevoli.

3. Proposta H: “EEA/Efta without customs union”.

Rimanere all’interno del SEE e ricongiungersi all’Efta, restando però al di fuori dell’unione doganale con l’UE.

ESITO: 377 contrari – 65 favorevoli.

4. Proposta J: “Customs union”.

Impegno a negoziare un’unione doganale permanente e completa del Regno Unito con l’UE in qualsiasi accordo Brexit.

ESITO: 272 contrari – 264 favorevoli.

5. Proposta K: “Labour plan”.

Piano per uno stretto rapporto economico con l’UE che includa: un’unione doganale completa con il Regno Unito che ha voce in capitolo sulle future trattative commerciali; stretto allineamento con il mercato unico; abbinare i nuovi diritti e le protezioni dell’UE; partecipazione alle agenzie dell’UE e programmi di finanziamento; e accordo sui futuri accordi di sicurezza, compreso l’accesso al mandato di cattura europeo.

ESITO: 237 contrari – 307 favorevoli.

6. Proposta L: “Revoke article 50”.

Se il governo non riuscisse a far passare l’accordo, mettere ai voti l’ipotesi “No-deal” due giorni prima della data prevista. Nel caso in cui i parlamentari rifiutassero di sostenerlo, il primo ministro sarebbe tenuto a fermare la Brexit revocando l’articolo 50.

ESITO: 293 contrari – 184 favorevoli.

7. Proposta M: “Confirmatory public vote”.

Richiesta di un voto pubblico per confermare qualsiasi accordo su Brexit approvato dal parlamento prima della sua ratifica .

ESITO: 295 contrari – 268 favorevoli.

8. Proposta O: “Contingent preferential arrangements”.

Richiesta al Governo di cercare di concordare accordi commerciali preferenziali con l’UE, nel caso in cui il Regno Unito non sia in grado di attuare un accordo di ritiro con il blocco.

ESITO: 422 contrari – 139 favorevoli.

Tutte le proposte sono state bocciate, qualcuno Oltremanica ha pure scherzato sulla vicenda citando la compianta artista britannica, Amy Winehouse, che nella sua celebre “Rehab” cantava: “They tried to make me go to rehab, I said, no, no, no…” 

The Guardian-Brexit
La prima pagina del “The Guardian” di stamattina dà risalto agli 8 “no” del Parlamento inglese alle altrettante proposte.

Insomma, lo stesso Parlamento britannico, tanto ostile all’accordo proposto dalla May, non è riuscito a cavare un ragno dal buco: il Regno Unito è bloccato all’esito del referendum del 23 giugno 2016.

Ora capite che danni può fare il populismo? Tenetelo bene a mente perché i prossimi a subirne le conseguenze saremo noi italiani.

Ma torniamo al Regno Unito, ora che si fa? Bella domanda!

L’agenzia Bloomberg con il grafico che segue ha provato a delineare i possibili scenari. Una gran confusione, vero?

Brexit-Bloomberg

La mia opinione è che nuove elezioni nel Regno Unito siano inevitabili e con esse, come primo se non unico tema della campagna elettorale, la Brexit. Le innumerevoli difficoltà che questo processo sta comportando necessitano senza dubbio di una nuova consultazione popolare che stabilisca se l’attuale maggioranza parlamentare rappresenta ancora il popolo britannico. L’auspicio è che il nuovo Parlamento che andrebbe a formarsi esprima un Esecutivo finalmente autorevole, che non poggi il proprio consenso su un numero risicato di seggi.

L’ipotesi invece di un mero secondo referendum, da molti richiesta, su tutti dal Sindaco di Londra, Sadiq Khan, non sarebbe a mio avviso seria; certo, alla luce di quanto accaduto in questi due anni, i sudditi di Sua Maestà avrebbero certamente una visione più corretta delle conseguenze del voto, ma l’idea di rivotare perché l’esito del primo referendum non sia stato intelligente sarebbe come prendere in giro l’elettorato, fermo restando la mia più assoluta contrarietà al fatto che il popolo sia chiamato ad esprimersi su temi così delicati e tecnici.

La strada delle nuove elezioni, alla stregua di quella di un secondo referendum, prolungherebbero notevolmente i tempi, quindi che fare con le imminenti elezioni europee? I cittadini britannici finirebbero per eleggere anch’essi dei nuovi rappresentati a livello europeo? Se sì, nel caso di uscita, il loro mandato scadrebbe esattamente in quel momento? O non dovrebbero proprio partecipare, magari, eleggendo i propri rappresentanti solo quando sarà fatta chiarezza sulla volontà o meno di lasciare l’Unione?

Data l’approssimazione con cui fu scritto il famoso articolo 50 del Trattato di Lisbona, una risposta a questi interrogativi neppure c’è, non ci resta che continuare a seguire gli sviluppi di questa telenovela, il caso Brexit farà di sicuro giurisprudenza.

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