Gibilterra

Circa un anno fa vi avevo parlato dell’affaire  Gibilterra come uno dei principali nodi da sciogliere in vista di un accordo su Brexit.

Il Premier spagnolo Pedro Sanchez, al fine di dare una spinta al partito socialista impegnato nelle elezioni regionali del prossimo 2 dicembre in Andalusia, di cui Gibilterra fa parte, nonché al suo balbettante Governo di minoranza – soltanto 84 Parlamentari sui 350 di cui la Camera si compone – ha messo nelle scorse ore Regno Unito e Unione Europea con le spalle al muro, minacciando di porre il veto sull’accordo su Brexit, la cui approvazione da parte dei Ventisette è in programma quest’oggi.

L’aver puntato i piedi ha permesso al Governo spagnolo di ottenere una parziale vittoria: la questione Gibilterra verrà affrontata distintamente da quella di Brexit. Scrivo parziale in quanto il Regno Unito ha tenuto ad aggiungere che un futuro accordo commerciale con l’UE mirerà a tutelare gli interessi di tutte le parti del Paese.

Da ciò si deduce che la questione Gibilterra, più che essere risolta, viene di fatto messa in standby, allo scopo di non intralciare ulteriormente il già complesso percorso che sta portando a Brexit, un po’ come il backstop per il confine nord-irlandese.

Vedremo se il partito unionista nord-irlandese, i cui voti sono determinanti per la maggioranza in Parlamento di Theresa May, sarà accondiscendente quanto il Governo di Madrid o, al contrario, darà seguito alla minaccia di non votare l’accordo, determinando di fatto un’hard Brexit.




Infine, ricordiamo che Gibilterra, nel corso del Referendum su Brexit di quel famoso 23 giugno di oltre due anni fa, votò massicciamente per il “Remain“, con 19.322 preferenze contro le sole 823 del “Leave“.

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