Powell-Draghi-Kuroda

Con la riunione del board di Bank Japan si è conclusa quella che è stata definita dagli operatori la settimana dell’anno per la politica monetaria. Prima di essa, infatti, nelle giornate di mercoledì e giovedì, era stato il turno rispettivamente di Federal Reserve e Banca Centrale Europea.

Dunque, obiettivo di quest’articolo è cercare di fare il punto sulle decisioni prese dalle tre più importanti banche centrali del mondo.

Cominciamo dalla Fed.

Come previsto già dallo scorso board, Jerome Powell ha operato un rialzo dei tassi di 25 punti base, portandoli nell’intervallo 1.75%-2%. Ciò che ha però sorpreso è il ritmo con cui avverranno i prossimi, non più tre, come paventato in marzo, bensì quattro. Stando ai “dots“, infatti – vedi grafico –  i componenti del comitato di politica monetaria statunitensi (FMOC) si aspettano per fine anno tassi compresi nell’intervallo 2.25%-2.50%, a marzo la previsione era 2-2.25%.

Nel lungo periodo però le indicazioni risultano stabili, dato che per fine 2020 ci si aspetta che i tassi raggiungano l’intervallo 3.25%-3.50%.

Plot-Fed

                                                                                                                                                               Fonte: Bloomberg

Un’accelerazione che però non cambia gli obiettivi di lungo periodo: l’intervallo di lungo periodo resta 2.75%-3%.

Le motivazioni.

Il divario tra l’intervallo raggiunto nel 2020 e quello di lungo periodo (0.50%) può essere visto come un cuscinetto per le pressioni sui prezzi generate da un prevedibile futuro rialzo dei salari, al momento stagnanti a causa della bassa produttività.

Stesso discorso per il tasso di disoccupazione il cui livello sostenibile di lungo periodo, il cosiddetto NAIRU (Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment) resta invariato al 4.5%, nonostante essa sia scesa a maggio al 3.8%, il dato più basso dal 1969, con oltre un milione di nuovi posti di lavoro nei primi 5 mesi dell’anno. Numeri che dovrebbero ulteriormente migliorare nel quarto trimestre (3.6%) e nei prossimi due anni (3.5%).

Va da sé per le prospettive di crescita dell’economia statunitense (+2.8%, + 0.1% rispetto a marzo) e per quelle sull’inflazione, stabile al 2.1% – appena oltre l’obiettivo del 2% – fino al 2020.

Chi credeva che questo balzo in avanti complessivo dell’economia fosse derivato dall’ambiziosa riforma fiscale di Trump è rimasto deluso dalla dichiarazione di Powell, secondo cui gli effetti di essa restano incerti e difficilmente quantificabili nel breve periodo.

Infine, un cambiamento dal punto di vista dell’approccio con la stampa. Dal prossimo anno Powell farà una dichiarazione alla fine di ogni board e non ogni due come fatto dai suoi predecessori.




Ora occupiamoci della Banca Centrale Europea.

Da Draghi ci attendeva l’annuncio della fine del Quantitative Easing e così è stato. Ciò nonostante, egli ha mostrato ancora una volta il suo estremo equilibrio.

La Bce ha infatti sì deciso di dimezzare in ottobre il ritmo degli acquisti mensili (da 30 a 15 miliardi) e azzerarli completamente a gennaio 2019, ma anche di continuare a reinvestire le somme ottenute dal rimborso dei titoli acquistati, contribuendo così attivamente al mantenimenti di favorevoli condizioni di liquidità.

Azzerando il QE, Draghi ha ridato centralità allo strumento dei tassi, confermando che essi resteranno stabili almeno fino all’estate del 2019 ( tasso di riferimento= 0%; tasso sui depositi= -0.4%; tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale= +0.25%).

Con tale mossa Draghi punta a continuare il percorso di avvicinamento al tasso di inflazione target (2%), ora vista all’1.7% grazie all’accelerazione degli energetici – spogliati da essi il dato resta un modesto 1.1% – ma soprattutto a difendere l’euro dalle incertezze scaturite dall’avvento del primo Governo populista in Eurozona, quello Lega-M5S nel nostro Paese.

Come spesso ho scritto, la politica accomodante di questi anni della BCE è stata un’opportunità forse irripetibile per permettere ai Paesi membri di attuare le riforme necessarie, prima o poi essa finirà e allora vedremo chi avrà fatto i compiti e chi no, ma avremo tempo per discuterne.

Malgrado la leggera frenata sulle prospettive di crescita dell’Eurozona (2.1% per quest’anno rispetto al 2.4% di marzo), dovute essenzialmente ai rischi politici, già citati, e quelli commerciali – dazi statunitensi – il dato resta coerente con l’obiettivo del 2% fissato dalla BCE.




Infine, Bank of Japan.

Mentre la normalizzazione della politica monetaria americana procede spedita, quella dell’Eurozona appare ormai delineata, Bank of Japan resta al palo.

Il confermato Kuroda, nella conferenza stampa a conclusione della riunione del board di Boj, ha dichiarato che, a causa della deflazione persistente, il raggiungimento del target inflazionistico del 2% appare lontano, tanto da spingere anche il Governo a rimandare l’obiettivo del surplus primario, inizialmente previsto per il 2020, al 2025.

Ciò significa che per il Giappone all’orizzonte non c’è e non ci può essere alcun piano di rientro, resta tutto invariato, con il tasso di interesse di riferimento a -0,1% e la curva dei rendimenti prossima allo zero.

 

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