Petro-Venezuela

Non è la prima volta che mi ritrovo a scrivere sul Venezuela.

L’economia sudamericana, un tempo considerata un esempio di successo del socialismo, l’ultimo baluardo in un mondo che aveva abbracciato ormai in toto il capitalismo, negli ultimi anni, complice il crollo del petrolio e l’incapacità del suo Governo di trovare un diversivo, è sprofondata in una crisi che non sembra avere fine.

L’ascesa del Bitcoin, la più famosa criptovaluta in circolazione – per la verità ha già subito più di qualche scossone, a riprova di chi sostiene che si tratti di una mera bolla speculativa – ha aperto il dibattito in molti Paesi sulla possibilità di dotarsi di una propria moneta digitale, se ne sta discutendo, tra gli altri, in Svezia, Giappone, Singapore ed Estonia. In particolare, i Paesi che più sarebbero attratti da questo nuovo modo di concepire la valuta sarebbero quelli che stanno subendo le sanzioni da parte di Stati Uniti ed Unione Europea, in quanto in essa troverebbero un modo per aggirarle, in primis, Russia e Venezuela.

Mentre a Mosca la discussione è ancora aperta, Nicolás Maduro, Presidente del Venezuela, ha deciso di rompere gli indugi lanciando il Petro, la prima moneta digitale che fa capo ad uno Stato.

A differenza dei bitcoin, per i quali la creazione sta avvenendo progressivamente, con un limite, non ancora raggiunto, fissato a 21 milioni, il Venezuela, con il Petro, ha preferito la strada del Ripple, altra famosa criptovaluta: i cento milioni di petro-token verranno emessi simultaneamente per un valore totale stimato in circa 6 miliardi di dollari.

Tale cifra è stata raggiunta in quanto il Petro è stato collocato al valore medio di un barile di greggio nella scorsa settimana, ossia 60.4 dollari.

Per ovviare alle prevedibili iniziali oscillazioni della nuova criptovaluta, si opterà per un’emissione in due tranche, la prima delle quali sarà di 38.4 milioni di unità per un valore di 2.3 miliardi di dollari che saranno collocate con uno sconto fino al 60% per attirare investimenti esteri – una delegazione venezuelana il mese scorso è volata in Qatar – e di successivi 44 miliardi da offrire al pubblico.




L’idea alla base di questa operazione è raccogliere valuta estera in modo da coprire il debito venezuelano, già protagonista in novembre di un default selettivo, provando così a sfuggire dall’isolamento economico in cui il Paese è caduto.

Allo scopo di alimentarne la domanda, il Governo ha garantito che accetterà il pagamento di tasse, contributi e servizi pubblici in Petro e che, anzi, le stesse istituzioni ed imprese pubbliche ne faranno utilizzo. Sarà invece precluso il cambio con il Bolivar, la valuta venezuelana, affetta da tempo da un’inflazione così galoppante da costringere il Governo alla sostituzione delle banconote con altre di taglio più elevato.

Twitter-Maduro-Petro

La propaganda via social del Presidente Maduro sulla nuova criptovaluta con l’hashtag #AlFuturoConElPetro

Maduro sostiene inoltre che il Petro sarà sostenuto dalle riserve petrolifere del Venezuela, così come i suoi depositi di oro e diamanti.

Gli scettici ritengono che in realtà la produzione di petrolio, crollata sia per la nazionalizzazione di molte imprese avvenuta negli ultimi anni che ha reso il settore meno competitivo, sia per le difficoltà da parte del Paese di accesso al mercato, non sarebbero sufficienti, e che si starebbe usando petrolio non ancora estratto e per di più non nella completa disponibilità di Caracas, dato che l’estrazione starebbe avvenendo attraverso una joint-venture di cui il Governo detiene solo il 60%.




La forza ed il successo delle criptovalute risiede nella sua natura decentralizzata, scevra da qualsiasi condizionamento di una Banca Centrale che ne fissi il valore, in questo caso non solo c’è, ma è anche quella di uno dei Paesi con il più alto tasso di corruzione del mondo.

Staremo a vedere cosa accadrà, intanto, c’è da registrare la dichiarazione del Tesoro americano che ha immediatamente voluto chiarire che qualsiasi acquisto di Petro sarà considerato alla stregua di una violazione delle sanzioni imposte da Stati Uniti ed Europa, non proprio il migliore degli inizi.

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