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Credit: Milano Finanza.

Poco meno di un anno fa, mentre provavo a mettere giù la mia proposta di abolizione del contante, ho approfondito alcuni tentativi fatti nel mondo, nello specifico, quello ambizioso messo in atto in India dal Premier Narendra Modi, al fine di dare slancio alla crescita indiana, e quello, molto più populista e prettamente incentrato al mantenimento del potere, del Presidente Nicolàs Maduro.

Nel corso dell’articolo “Stretta al contante, ci prova anche il Venezuela” avevo ampiamente sottolineato la condizione di estrema crisi in cui versava l’economia sudamericana, per anni, da molti – anche da parte di certa politica italiana particolarmente in auge in questo momento, su tutti uno degli esponenti di punta del Movimento 5 Stelle, l’On. Alessandro Di Battista – presa a modello come esempio da seguire, l’ultimo baluardo di quel sistema ad economia pianificata che il capitalismo aveva contribuito a spazzar via.

Ecco, Standard & Poor’s, nella giornata di ieri, ha annunciato il default del Venezuela.

Scaduti i canonici 30 giorni che nel gergo finanziario vengono definiti “periodo di grazia”, l’agenzia di rating S&P, a causa del mancato pagamento di cedole per soli 200 milioni di dollari – 120 da parte della Repubblica del Venezuela, 80 da Pdvsa, colosso energetico di proprietà statale – si è vista obbligata a decretarne il default.

Ricordiamo che il debito sottostante è di 60 miliardi e che, stranamente, nelle scorse settimane, erano stati adempiuti obblighi per ben 2 miliardi di dollari; a che pro impegnarsi al pagamento di una cifra considerevole per poi fallire per due briciole? Non è dato saperlo.

Non siamo comunque di fronte ad un default totale, bensì “selettivo”per cui solo una parte delle obbligazioni non verrà ripagata, la cui entità, di norma, essendo la controparte uno Stato, i cui beni non possono essere oggetto di pignoramento, non è negoziabile.

In questi casi, di norma, funziona più o meno così: l’adesione all’operazione avviene su base volontaria, dunque, i creditori che vogliono partecipare devono accettare a priori le condizioni di rimborso imposte. Successivamente, si procede con un’asta attraverso la quale viene determinato il nuovo valore dei titoli all’interno di limiti prestabiliti.

In Europa, qualcosa di analogo è accaduto nel 2012 con il debito greco, in due tranche separate, prima a marzo, poi a dicembre, con i creditori che persero, rispettivamente, prima il 75% del valore nominale dei titoli, poi il 50%.

In realtà ieri un accordo tra le parti c’è pure stato, ma l’intento era solo quello di scongiurare il default, poi verificatosi.




Chi troverà beneficio da questa situazione?

In un Paese ridotto alla fame, con un PIL in caduta libera e un’inflazione che, a seconda delle rilevazioni, va dal 700 al 1100%, difficile trovare individui che beneficino di tale situazione, se non, come al solito, i mercati, per i quali, i credit default swap, ossia gli strumenti finanziari volti a proteggere dal rischio default, sono già stati intascati.

La situazione è destinata a peggiorare ulteriormente dato che gli embarghi susseguenti alla dichiarazione di default andranno a colpire le esportazioni petrolifere – un terzo della produzione petrolifera venezuelana, quantificabile in 2.3 milioni di barili al giorno viene destinata agli Stati Uniti – il fiore all’occhiello dell’economia venezuelana che Maduro, con le sue scellerate politiche, ha ridotto al dissesto più totale.