Nicolás Maduro, Presidente del Venezuela

Nicolás Maduro, Presidente del Venezuela.

Alcune settimane fa vi avevo parlato del tentativo dell’India di combattere la corruzione attraverso una stretta al contante. Anche il Venezuela, con dinamiche simili, ha provato a percorrere la medesima strada.

Il Presidente Nicolás Maduro il 12 dicembre scorso annunciò che le banconote da 100 bolívar (il 77% del contante in circolazione) avrebbero perso il loro valore legale entro 72 ore.


Chi le deteneva – praticamente chiunque dato che si tratta del taglio più utilizzato – dunque, avrebbe dovuto recarsi in banca nell’orizzonte temporale descritto in modo da riceverne il controvalore nelle nuove banconote da 500, 1000 e oltre, pare fino a 20mila bolívar.

Tale provvedimento, secondo Maduro, si rendeva necessario per combattere i traffici internazionali della mafia colombiana. Infatti, nel mentre, si dava mandato ai corrispondenti ministri della Difesa e dell’Interno e della Giustizia, i Generali Padrino e Nestor Reverol Torres, di chiudere immediatamente le frontiere, allo scopo di impedire che i capitali in mano alla criminalità potessero essere anch’essi cambiati, facendoli diventare, di fatto, carta straccia.

Qualcosa però è andato storto.

Le nuove banconote, in arrivo dall’estero – presumibilmente dalla Spagna – hanno subito un ritardo tale da estendere il provvedimento sino al 2 gennaio. Per il regime venezuelano, dietro questo ritardo, ci sarebbe la mano degli Stati Uniti, delle sue multinazionali e del capitalismo in generale, capri espiatori ricorrenti tra i sistemi ad economia pianificata. Ad ogni modo tale imprevisto ha scatenato le ire della popolazione, trovatasi, di punto in bianco nell’impossibilità di acquistare cibo e medicine. Il rinvio del termine al 2 gennaio non ha migliorato la situazione, dato che la maggior parte dei negozianti si rifiuta di accettare banconote che di lì a poco perderanno il loro corso legale.

La verità però sarebbe un’altra.

In primo luogo, la manovra nascerebbe dall’esigenza di combattere l’inflazione, ormai arrivata a livelli insostenibili. In secondo luogo, la mancanza di contante denunciata dal regime non sarebbe causata – almeno non solo – dalla criminalità ma dal controllo dei prezzi da esso stesso deciso; sarebbe stato proprio questo provvedimento a dare slancio al mercato nero.

Del resto, che vantaggio avrebbe la mafia colombiana nel detenere una valuta che nel giro di due mesi ha perso circa il 60% del suo valore? e, ancora, che senso avrebbe riportarla entro il confine venezuelano se essa utilizza la stessa carta con cui vengono prodotte le banconote da 100 dollari, dunque idonea alla loro falsificazione, quando 100 bolívar vengono scambiati per circa 10 dollari?

Insomma, se per l’India la decisione adottata dal Primo Ministro Modi, non senza difficoltà, appariva sacrosanta, nel caso del Venezuela assume contorni più nebulosi, soprattutto in virtù del diffuso complottismo utilizzato per mascherare le proprie difficoltà.




Eppure, il Venezuela è tra i Paesi con le più vaste riserve di idrocarburi.

Il Paese era decollato in concomitanza all’ascesa del prezzo del greggio, schizzato dai 10 dollari del 1999 agli oltre 125 del 2008. Tale salto aveva permesso all’economia sudamericana di finanziare grandi programmi di sviluppo, in particolare nel settore dell’edilizia, dell’istruzione, della sanità e dell’agricoltura. I risultati erano stati eccellenti: la disoccupazione era scesa dal 14 al 7%, il reddito medio annuo procapite era salito da 4 a 10mila dollari, mentre i tassi di mortalità infantile e di povertà si erano dimezzati, l’analfabetismo quasi estinto.

Insomma, il Venezuela sembrava rappresentare un modello di socialismo di successo.

Successivamente, però, quando il petrolio crollò a 50 dollari al barile, emersero tutte le debolezze di un sistema economico eccessivamente dipendente dall’oro nero – circa metà del bilancio pubblico del Paese e più del 90% delle entrate in valuta – una spesa pubblica fuori controllo, il rigido controllo dei prezzi e dei tassi di cambio, le restrizioni all’import e ai movimenti di capitali.
Infine, la massiccia nazionalizzazione di oltre 1200 società private, di cui 76 del settore degli idrocarburi, ha definitivamente depresso la competitività della maggiore industria locale, finendo per minarne l’efficienza, dunque, un calo della produzione, passata dai 3.4 milioni di barili al giorno del ’98 agli attuali 2.4.

Il Venezuela chiuderà il 2016 con i peggiori indicatori economici dell’intera America Latina: PIL giù di 8-10 punti percentuali, inflazione al 700%, rapporto deficit/PIL al 17%, debito estero a 130 miliardi di dollari, disoccupazione galoppante, tassi di criminalità e corruzione tra i più alti al mondo. Caracas, con il non invidiabile record di 120 omicidi ogni centomila abitanti, condivide il record di città più violenta del mondo con Acapulco (Messico) e San Pedro Sula (Honduras).

E non basterà certo il sequestro di 4 milioni di giocattoli da donare ai bambini poveri a rendere il Natale venezuelano più sereno.

Intanto prosegue, seppur a rilento, la mia lettura del libro “The Curse of Cash” di Kenneth S. Rogoff, ho già annotato diversi spunti, probabilmente potrei già scrivere un articolo sui vantaggi dell’abolizione del contante, preferisco però aspettare ancora un po’ in modo da poter offrire un’analisi più completa e convincente.

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