
Lo scorso giovedì l’indice Nikkei 225 ha chiuso a 39.098 punti, superando il massimo storico fatto registrare ben 34 anni fa.
Era infatti dal 29 dicembre 1989 che l’indice che contiene le 225 aziende a maggior capitalizzazione del Paese non si spingeva così in alto – allora chiuse a 38.915,87 – un attimo prima dello scoppio della bolla economica che mise fine alle velleità giapponesi di diventare la prima economia mondiale, inaugurando quelli che gli storici hanno definito i “decenni perduti” del Giappone.
È davvero un buon anno per il mercato azionario giapponese, cresciuto di oltre il 16% da inizio anno, dopo il già ottimo +30% fatto registrare nel 2023. Ciò però non deve spaventare: il rapporto prezzo/utili si attesta sul 16%, niente a che vedere con il 60% del 1989.

A trainare la rinascita del Sol Levante vi sono gli ingenti sussidi al settore dei semiconduttori, con Tokyo Electron e Advantest in grande spolvero, settore dove il Governo giapponese ha espresso la ferma volontà di ricominciare a recitare un ruolo e di recuperare così il gap da Corea del Sud e Taiwan, soprattutto alla luce degli eventuali risvolti geopolitici che potrebbero riguardare Taipei, finita da tempo nelle mire di Xi Jinping, le riforme di governance aziendale, lo yen debole, conseguenza del persistere di una politica monetaria estremamente accomodante da parte di Bank of Japan, e il programma di investimenti con defiscalizzazione rivolto ai piccoli investitori, denominato Nippon Individual Savings Account (NISA).
Tutto ciò nonostante i dati poco incoraggianti diffusi di recente sul PIL, con l’economia giapponese caduta inaspettatamente in recessione tecnica nel quarto trimestre, un dato che però al momento non sembra preoccupare gli analisti, convinti che i consumi riprenderanno presto a crescere, spinti da una più rapida crescita dei salari nominali e dal rallentamento dell’inflazione.
Anzi, il rallentamento economico dovrebbe costringere BoJ a rivedere i suoi piani di normalizzazione, posticipando ancora una decisione che già alla nomina di Kazuo Ueda, avvenuta quasi un anno fa, sembrava imminente.
Gli investitori internazionali, che in gennaio hanno acquistato azioni giapponesi per 2.070 miliardi di yen, circa quattro volte in più rispetto all’anno precedente, vedono il protrarsi di un contesto di tassi di interesse estremamente bassi e l’indebolimento dello yen come fattori positivi per gli utili societari, interrompere adesso la corsa di un cavallo che viaggia a briglia sciolte potrebbe essere un errore.
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