Rebus Cina, quali prospettive per il Dragone?

da | Dic 31, 2023 | Politica economica

Il Presidente cinese, Xi Jinping.

Manca ormai pochissimo all’arrivo del nuovo anno e la domanda più gettonata tra noi addetti ai lavori è se la Cina riuscirà a rimettersi in carreggiata dopo un 2023 terribile. Perché, diciamoci la verità, su Pechino ci eravamo tutti sbagliati alla grande.

La tesi di inizio 2023, infatti, era per tutti più o meno la seguente: i cittadini cinesi, causa politiche “Zero Covid”, avevano accumulato enormi disponibilità sui propri conti corrente, disponibilità che, con la fine della pandemia e la conferma di Xi Jinping alla guida del Paese, si sarebbero riversate nell’economia cinese e nel mondo intero, riportando il Dragone su ritmi di crescita in linea con quelli monstre registrati nell’ultimo decennio e oltre.

Così, mentre tutti si avventuravano in previsioni su quando ci sarebbe stato il sorpasso all’economia statunitense, qualcosa nella macchina cinese si è inceppato.

Nessuna ripresa.

La ripresa post-Covid non solo non c’è stata ma sono anche emerse preoccupanti crepe nel modello di sviluppo che aveva caratterizzato sinora l’ascesa dell’economia cinese, su tutte l’esplosione della bolla immobiliare con il crollo di Evergrande, tema affrontato a suo tempo anche dal sottoscritto su queste pagine.

La bolla immobiliare.

Nel 2018 gli investimenti immobiliari rappresentavano quasi il 20% del PIL cinese, nonostante il settore delle costruzioni impiegasse soltanto il 2% della forza lavoro. La maggior parte dei 16 milioni di lavoratori nel settore erano migranti mal pagati, che lavoravano per lunghe ore nei cantieri edili, mentre il top management diventava milionario.

Nel 2017, il fondatore di China Evergrande Group, Hui Ka Yan, era considerato l’uomo più ricco del Paese.

Il modello era quello cosiddetto di “prevendita”, in cui gli appartamenti venivano acquistati da 18 mesi a due anni prima del completamento. Così facendo gli sviluppatori ottenevano in anticipo la liquidità necessaria a costruire, attingendo da un conto di deposito a garanzia creato ad-hoc su cui venivano versati l’acconto e i proventi del mutuo sottoscritto.

Pensate che, quando alla fine del 2020 è iniziata la repressione attraverso l’imposizione di controlli più rigorosi sul debito degli sviluppatori, i progetti residenziali in costruzione avevano già raggiunto una superficie dieci volte superiore a quella completata.

Quello che un tempo veniva visto come un progetto di “prosperità comune”, ossia consentire ad ogni cittadino cinese di acquistare una casa, si era in realtà rivelato uno dei più incredibili schema Ponzi della storia!

Nel frattempo, anche “La fabbrica più grande del mondo” ha cominciato a sentire il peso della concorrenza: altri Paesi, vedi Vietnam e Messico, complici anche i rapporti tesi con gli USA, hanno guadagnato terreno.

I difficili rapporti con le aziende tech.

C’è poi il complicato rapporto tra Xi e le aziende dell’hi-tech, anch’esse danneggiate dallo scenario geopolitico, vedi Huawei costretta a costruirsi i propri chip in casa dopo il ban americano.

Su questo tema la posizione del partito comunista è sempre stata confusa: dall’ostracismo mostrato nei confronti di Jack Ma, fondatore di Alibaba, nella vicenda della mancata quotazione in borsa di Ant Groupanche di questo ho già parlato in passato – costretto addirittura a sparire per qualche tempo, alla volontà di rendere l’hi-tech il nuovo settore trainante dell’economia cinese.

Ma come può l’hi-tech prosperare in un Paese in cui ancora vige la censura?

Scelte complicate, scelte necessarie.

Peraltro, in un contesto simile, risulta anche complicato capire quale sia l’effettiva popolarità di Xi, che negli ultimi anni ha tanto investito sul culto della propria personalità, in un’operazione che per certi versi ricorda quella di Mao. Il crollo dell’immobiliare e l’elevata disoccupazione giovanile sicuramente non depongono a suo favore.

Ancor più complicato è capire su quali basi si poggi l’ideologia di Xi, che punta a superare gli Stati Uniti come potenza egemone senza però voler soccombere alla libera iniziativa privata.

La sensazione è che il regime cinese sia ingessato, incapace di compiere scelte radicali.

Ecco, dunque, l’indolenza nel salvare i veicoli finanziari coinvolti nell’immobiliare, nonostante siano state le precedenti scelte di Pechino ad inguaiare le amministrazioni locali, il cui debito sembrerebbe aver raggiunto il 360% del PIL, depredate dal Governo centrale delle entrate fiscali e costrette a far cassa con la vendita dei terreni. Indolenza, però, anche nel lasciarle fallire per il rischio contagio. E a nulla servirebbero le politiche monetarie espansive, peraltro neppure troppo coraggiose, messe in atto nell’ultimo periodo da People’s Bank of China.

Trappola della liquidità?

L’ipotesi che comincia sempre più a prendere piede tra gli analisti è che la Cina si troverebbe nella condizione che John Maynard Keynes definì “Trappola della liquidità”, ossia nella condizione in cui la politica monetaria, da sola, risulterebbe inefficace nel rilanciare la domanda aggregata. A tal proposito, famosa la sua massima “È possibile portare un cammello all’abbeveratoio, ma non lo si può costringere a bere”.

A differenza di quanto vissuto dal Giappone in oltre un decennio e dall’Eurozona durante la Crisi del debito del 2010, la Cina avrebbe però ampio spazio di bilancio – il rapporto debito/PIL dell’amministrazione centrale dovrebbe attestarsi poco sotto il 50%, il condizionale però, trattandosi di un regime, è d’obbligo, anche su questo aspetto sarebbe necessario fare delle scelte – dunque la ripresa cinese dovrebbe passare anche e soprattutto da politiche fiscali espansive che compensino i disavanzi degli enti locali accumulati nel settore immobiliare. Questo perché, questi ultimi, come detto in precedenza, a differenza di quanto accade in Occidente, non ottengono risorse dalle imposte locali o dalla cessione di risorse fiscali dal centro alla periferia, in un quadro di finanza pubblica derivata, bensì dalla vendita o dall’affitto di lungo termine di terreni a sviluppatori immobiliari, principali responsabili dell’esplosione della bolla immobiliare cinese.

Un paper cinese, spesso citato, fa riferimento ad un vecchio lavoro degli anni ‘90 di Richard Koo, capo economista di Nomura Research Institute, dedicato al Giappone e rispolverato anche per la Crisi del debito dell’Eurozona, il quale parla di “Recessione di bilancio” o “Recessione di stato patrimoniale”, la condizione in cui si troverebbe anche la Cina in questa fase, dove il settore privato decide di non indebitarsi più, cercando di ridurre il proprio debito aumentando il risparmio e non gli investimenti, con evidenti ripercussioni sulla crescita.

Ancora, le ampie disponibilità sui conti corrente accumulate dai cittadini cinesi, a cui tutti facevano riferimento come volàno della ripresa, non si sarebbero riversate nel mercato perché c’è preoccupazione per il futuro: la popolazione cinese, complice la politiche demografiche restrittive durate decenni, comincia ad invecchiare e a soffrire delle stesse patologie comuni ai Paesi sviluppati, diabete, patologie cardiovascolari, senza però disporre di un welfare come il nostro.

Come uscirne?

In questo contesto, PBOC, anziché abbassare i tassi, come cominciato a fare di recente, dovrebbe agire da supporto alla politica fiscale acquistando debito sovrano, quello che abbiamo imparato a conoscere con il nome di “quantitative easing”.

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