
La Banca Centrale turca continua ad essere ostaggio delle teorie “tragi-economiche” del Presidente Recep Tayyip Erdogan.
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È di ieri, infatti, la notizia di un nuovo taglio dei tassi di ulteriori 200 punti base operato dal banchiere centrale Sahap Kavcioglu sotto la pressione del suo “datore di lavoro”, che porta il tasso di riferimento al 16%.
Con questa decisione il tasso di interesse reale entra indiscutibilmente in territorio negativo: stavolta non c’è escamotage che tenga, pur ripulendo il dato dalle componenti maggiormente soggette a volatilità, generi alimentari ed energia, il valore resta sotto lo zero.
Che un ulteriore taglio ci sarebbe stato era opinione diffusa, non però che esso assumesse queste proporzioni: la maggior parte degli economisti era ferma all’ipotesi di un allentamento di 50-100 punti base.
Pare però che, almeno per quest’anno, non ce ne saranno degli altri: lo spazio per ulteriori tagli, a detta della massima Istituzione di politica monetaria turca, è limitato.
Tutto ciò non può che far sorridere gli osservatori, dato che la lira turca era già tra le valute con le peggiori performance da inizio anno e che, dunque, sarebbe auspicabile una stretta – e non un allentamento – per combattere la dilagante inflazione, ormai prossima al 20%.
E se chi dovrebbe difendere il potere d’acquisto dei cittadini turchi non fa nulla, anzi, rema contro, preferendo anteporvi il proprio consenso personale, ecco che il rischio “dollarizzazione” e la tendenza crescente ad acquistare beni rifugio, quali l’oro, comincia a palesarsi.
In generale, seppur persista l’idea che l’aumento dell’inflazione registrato negli ultimi mesi sia di tipo transitorio – per la verità negli USA questa chiave di lettura comincia a scricchiolare – con la tendenza diffusa da parte dei principali banchieri centrali ad assumere un atteggiamento attendista, e dunque ritardando il processo di normalizzazione delle rispettive economie al fine di non strozzare la ripresa post-Covid-19, l’ostinazione di Erdogan nel voler intraprendere una strada diametralmente opposta, agli antipodi con quanto dimostrato dalla moderna teoria economica e licenziando di volta in volta chi gli si oppone, lascia basiti oltre che preoccupati per le sorti del Paese.
Intanto, il 3 novembre l’agenzia di statistica nazionale pubblicherà i dati sull’inflazione registrata ad ottobre: prima o poi Erdogan dovrà cominciare a fare i conti con la realtà.
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