Recep Tayyip Erdoğan, Presidente della Turchia.

Essere Governatore della Banca Centrale turca continua ad essere un mestiere complicatissimo.

La scorsa settimana il Governatore Sahap Kavcioglu ha annunciato un’ulteriore riduzione dei tassi, nell’ordine di 100 punti base, portando il tasso ufficiale di riferimento al 18%.

Una decisione che ha sorpreso la quasi totalità degli analisti e che ha portato la lira turca, di per sé già tra le valute con le peggiori performance da inizio anno, al suo minimo storico nei confronti del dollaro statunitense.

Con l’inflazione ancora in salita –  19,25% il mese scorso – infatti, sarebbe stato auspicabile un comportamento esattamente opposto da parte di Kavcioglu, il quale, pur di conservare il posto e non fare così la fine dei suoi predecessori, ha acconsentito alle richieste del Presidente Recep Tayyip Erdoğan.

L’ha fatto usando un escamotage, ponendo ossia l’attenzione sull’inflazione core, quella spogliata dalle componenti maggiormente soggette a volatilità, generi alimentari ed energia, che è quasi 250 punti base inferiore a quella standard, e dunque riuscendo a ritagliarsi del margine per soddisfare le pretese del suo “datore di lavoro”.

Quello della subalternità delle istituzioni di politica monetaria rispetto alla politica continua ad essere un problema annoso per diversi Paesi in via di sviluppo, in particolare in quelli che si contraddistinguono per una democrazia cosiddetta illiberale, un modo forse più gentile di definire le moderne dittature.

Sebbene, infatti, gli effetti della pandemia e alcune storture in seno alle moderne istituzioni democratiche sovranazionali abbiano convinto la dottrina sulla necessità di allentare il dogma dell’assoluta indipendenza della politica monetaria dai Governi, spingendo dunque verso una maggiore collaborazione con le autorità di politica fiscale, l’autonomia decisionale delle banche centrali rimane imprescindibile.

Nel comunicato, la Banca Centrale turca ha inoltre aggiunto che il recente aumento dell’inflazione è dovuto a fattori transitori, rimangiandosi così l’impegno a mantenere il tasso di riferimento al di sopra dell’inflazione.

Erdogan, che aveva promesso per questo mese costi di finanziamento ed un tasso di inflazione più bassi, è tra i fautori di una teoria economica che oserei definire tutta sua, la quale prevede che tassi di interesse più elevati stimolino i prezzi, ossia agli antipodi con quanto viene insegnato in qualsiasi corso di macroeconomia. Chi contravviene alle sue indicazioni, perde il posto. Dal 2019 sono già tre i Governatori ad averne fatto le spese, uno scenario imbarazzante per un Paese del G20.

La decisione di tagliare i tassi avrà l’effetto di indebolire ulteriormente la valuta locale, come sta già accadendo, e acuire la già preoccupante spirale inflazionistica.

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