Boris Johnson e Ursula Von der Leyen
“Prego, vada pure” – a destra, Ursula Von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, a sinistra il Premier britannico, Boris Johnson.

Lo scorso giovedì Regno Unito e Unione Europea hanno finalmente raggiunto un accordo su Brexit.

Ad oltre quattro anni quindi dallo storico referendum, con cui i cittadini britannici manifestarono la volontà di lasciare l’Unione Europea, e l’avvicendarsi di ben tre Governi (Cameron, May e Johnson), si conclude la lunga telenovela Brexit, a cui tanto spazio ho riservato su questo blog.

In verità avevo intenzione di attendere il rilascio dei documenti ufficiali prima di scrivere questo articolo – come credo sia ormai noto, questo blog non ha la velleità di fornire breaking news, bensì quello di provare ad approfondire, con un linguaggio accessibile, notizie che avete modo di trovare ovunque – poi, però, data la puntualità delle dichiarazioni delle parti – la Commissione Europea ha anche pubblicato una grafica (la trovate di seguito) piuttosto esaustiva – e la mole di indiscrezioni trapelate sulla stampa, ho ritenuto fosse superfluo tergiversare.

Erano grossomodo tre i temi che separavano le parti dal raggiungimento di un accordo: la determinazione di regole che impedissero alle aziende britanniche di attuare una concorrenza sleale nei confronti di quelle europee (level playing field), il meccanismo di risoluzione delle controversie e l’accesso alle acque britanniche per i pescatori europei.

Andiamo con ordine, punto per punto.

Per quanto concerne il cosiddetto level playing field, le parti si sono accordate sull’introduzione di standard minimi sul fronte ambientale, sociale e sui diritti dei lavoratori, con un arbitrato che nel giro di 30 giorni sarà tenuto a pronunciarsi su eventuali violazioni. Ciò permetterà all’UE di tutelarsi dalla possibilità, più volte ventilata dal Premier britannico Boris Johnson, che il Regno Unito ottenga un vantaggio competitivo dall’ammorbidimento delle normative sui temi poc’anzi menzionati.

Riguardo il meccanismo di risoluzione delle controversie, probabilmente il tema più caldo, il Governo britannico ha fatto sapere che il Regno Unito non sarà soggetto alla giurisdizione della Corte di giustizia europea. L’ipotesi che i sudditi di Sua Maestà dovessero ancora per anni sottostare alle leggi europee era in effetti irricevibile per Londra, quasi umiliante, si vocifera sull’introduzione di un arbitrato, chiarezza potrà essere fatta solo quando si potrà accedere ai documenti ufficiali. Su questo punto le parti si giocano tanto.

Infine, seppur l’accesso alle acque britanniche per i pescatori europei non avesse, nel computo totale, chissà quale rilevanza economica, essa rivestiva un’enorme importanza simbolica, tanto per il Regno Unito, quanto per i Paesi europei limitrofi, Francia, Danimarca e Paesi Bassi su tutti. L’accordo prevede una riduzione graduale del pescato fino al 25% per i pescatori europei per i prossimi cinque anni e mezzo – la richiesta iniziale del Regno Unito era del 60-80% – con il risultato che, dal 2026, i pescatori britannici potranno beneficare di un ammontare stimato in 160 milioni di euro di pesce in più rispetto ai livelli attuali. Passato il periodo di transizione, l’accesso alle acque britanniche sarà oggetto di futuri accordi.

Cosa rimane fuori?

L’accordo, seppur abbia scongiurato sul fotofinish un Hard-Brexit, impedendo l’introduzione di dazi e conseguenze economiche più gravi per le parti, non prevede i servizi finanziari. Ciò significa che le parti provvederanno unilateralmente a legiferare su tale ambito, con il risultato di rendere il sistema più frammentato rispetto ad oggi. Va poi sottolineato come l’uscita del Regno Unito dall’UE sancisce anche l’automatica uscita del Paese dagli accordi stipulati dall’organismo sovranazionale con altri 70 Paesi nel corso degli anni, sui quali Londra ha già da tempo cominciato a lavorare per stringerne di nuovi.

Cosa succede adesso?

Ieri, 25 dicembre, il capo negoziatore Michel Barnier ha incontrato gli ambasciatori dei 27 Stati membri dell’UE per rivedere l’accordo commerciale. Questi ultimi, dopo averne discusso con i Governi nazionali, acconsentiranno all’applicazione provvisoria dello stesso dal 1 gennaio 2021.

Il 30 dicembre, La Camera dei Comuni britannica discuterà e voterà un “disegno di legge sulle relazioni future“. L’accordo, stando alle dichiarazioni, dovrebbe ottenere un’ampia approvazione anche tra le opposizioni, seppur i laburisti abbiano tenuto a chiarire che gli effetti che produrrà saranno tutti responsabilità dell’Esecutivo.

Prima del 31 dicembre, l’UE e il Regno Unito terranno una cerimonia di firma per contrassegnare l’accordo dell’accordo di libero scambio.

Il 1 gennaio terminerà ufficialmente Il periodo di transizione per la Brexit. L’accordo commerciale, in attesa della piena approvazione da parte del Parlamento europeo, la quale dovrebbe avvenire all’inizio di febbraio e con una maggioranza tale da evitare l’insidia legata alla ratifica dei Parlamenti nazionali degli Stati membri, avrà fino ad allora carattere provvisorio.

Dopo 47 anni il Regno Unito dice così addio all’Unione Europea, se la scelta dei sudditi di Sua Maestà produrrà gli effetti sperati sarà la storia a dircelo, per quanto mi riguarda, devo ammettere di aver apprezzato l’intransigenza con cui l’Unione Europea ha condotto le trattative; al di là di questo o quel punto dell’accordo, è stato un segnale forte sulla tenuta dell’Unione e probabilmente un deterrente importante per chi, in futuro, vorrà provare a seguire le orme di Londra.

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