Slack-Salesforce

Slack è una piattaforma di business communication creata nel 2013 dall’omonima azienda, Slack Technologies, con l’obiettivo di rendere obsolete le mail in ambito lavorativo, riuscendo a diventare, nei giro di pochi mesi, uno dei software aziendali a più rapida crescita di tutti i tempi. Nel 2015, infatti, a soli 18 mesi dal lancio, Slack poteva già vantare oltre 1 milione di utenti giornalieri, una cifra fino ad allora inaudita nell’ambito del software aziendale.

Tali performance avevano spinto i giganti del web ad interessarsi al progetto; più volte erano trapelate indiscrezioni circa l’imminente sua acquisizione da parte di Google, Amazon e, infine, Microsoft – si vociferava che quest’ultima avesse pronta un’offerta da 8 miliardi di dollari – a cui Bill Gates si era però opposto, ritenendo che l’azienda avrebbe fatto meglio a concentrarsi sul miglioramento del suo “Skype for Business”.

Seguendo il consiglio del suo fondatore, nel 2016, Microsoft decise di lanciare un software molto simile a Slack denominato “Teams”, inserendolo in bundle con Office 365, poi diventato Microsoft 365, senza alcun costo aggiuntivo per l’utente finale.

Slack accettò la sfida e, con un fare probabilmente troppo presuntuoso, il 2 novembre dello stesso anno pubblicò una lettera aperta a Microsoft sul NY Times, dando il benvenuto all’azienda di Seattle e avvertendola che avrebbe venduto cara la pelle: “Slack is here to stay” recitava l’articolo.

La pagina del NY Times acquistata da Slack nel 2016.

I 4 milioni di utenti, però, che nei successivi quattro anni sarebbero diventati 12, erano ben poca cosa rispetto a quelli di cui avrebbe potuto vantare Microsoft, la quale, con la mossa di includere la sua nuova app in “Microsoft 365”, si ritrovò in un attimo da zero utenti ad averne ben 115 milioni.

È di questi giorni la notizia dell’acquisizione di Slack, per la ragguardevole cifra di 27.7 miliardi di dollari, da parte di SalesForce, gigante del cloud con sede anch’essa nella Silicon Valley. Tra gli obiettivi del suo CEO, Marc Benioff, vi è la creazione di un concorrente credibile degli altri colossi del web, in particolare di Microsoft, la cui svolta proprio verso i servizi cloud impressa dall’attuale CEO, Satya Nadella, la pone come suo principale competitor.

Sebbene gli analisti abbiano salutato con favore l’acquisizione – il titolo Slack ha guadagnato molto nell’ultimo periodo – è indubbio che il tentativo della società di combattere ad armi pari con Microsoft sia miseramente fallito.

L’andamento del titolo Slack negli ultimi tre mesi. Fonte: Yahoo Finance

Se è vero che dal 2010 l’ascesa degli smartphone ha portato ad una vera e propria invasione di app, permettendo agli utenti di scegliere da sé gli strumenti che reputano più idonei allo svolgimento del proprio lavoro, Slack, ma anche Dropbox, Evernote, Mailbox ne rappresentano esempi lampanti, è vero pure che, negli anni, le innovazioni portate da queste startup di successo sono quasi sempre finite per essere inglobate dai giganti già presenti sul mercato, i vari Amazon, Google, Microsoft, Facebook ed Apple, o attraverso costose acquisizioni, o mediante la costruzione di alternative che, nel lungo periodo, complice l’enorme potere delle aziende appena citate, hanno finito per limitarle e, in alcuni casi, distruggerle.

Al di là quindi del caso studio Slack, è a mio avviso importante osservare come quella che all’inizio poteva essere vista come un’enorme opportunità, sia per gli startupper, sia per gli utenti finali, di partecipare attivamente ad una nuova democratizzazione del web, si sia in realtà rivelata una trappola costruita ad-hoc dai giganti oligopolisti, quelli degli spazi internet, degli store di app, dei motori di ricerca e dei social network.

Come già accaduto nel ventennio successivo al secondo conflitto mondiale, con lo smantellamento della condizione di oligopolio nel settore petrolifero, Enrico Mattei le definì le “sette sorelle”, sarebbe auspicabile che l’operatore pubblico procedesse a fare altrettanto con le “cinque sorelle del web” prima citate, qualcosa nel Congresso americano comincia a muoversi, nella speranza che non sia “too little, too late”.

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