Masayoshi Son, CEO di SoftBank.
Masayoshi Son, CEO di SoftBank.

SoftBank è un’azienda di telecomunicazioni giapponese al cui vertice vi è Masayoshi Son, un istrionico imprenditore giapponese, il quale deve gran parte della sua reputazione all’acquisizione nel 2000 di un’importante partecipazione (34%) in Alibaba, un tempo start-up cinese dell’e-commerce, oggi la società con la più alta capitalizzazione di mercato alla borsa di Hong Kong, e che ha dichiarato di voler diventare il Warren Buffet dell’hi-tech.

Con l’obiettivo dunque di fare shopping tra le più interessanti start-up del settore, provando così a diversificare il proprio core business e ad espandersi nel mercato statunitense, nel 2017 Masayoshi Son ha creato un fondo dal valore di 98.6 miliardi di dollari denominato Vision (all’epoca circa il 12%, l’equivalente di 28 miliardi, detenuto dalla stessa SoftBank), con il beneplacito di diversi attori internazionali, su tutti il Governo dell’Arabia Saudita, convinto di dover costruirsi un’alternativa ad un modello economico eccessivamente dipendente dal petrolio, soprattutto in un’epoca in cui il mondo sembra essersi deciso a puntare fortemente sulle energie rinnovabili.

La visione di Masayoshi Son è di per sé rivoluzionaria. Dare un respiro internazionale alle nuove start-up nascenti nella Silicon Valley, offrendo loro capitali provenienti da ogni parte del mondo, non soltanto quindi dai fondi di investimento storici di San Francisco, i quali erano soliti accompagnarle sino alla quotazione in borsa, massimizzando così i profitti, ma, piuttosto, offrir loro un supporto più duraturo, non creando dunque bolle destinate a scoppiare di lì a poco, ma partecipando altresì alla costruzione di aziende capaci di prosperare per i decenni a venire, magari anche provando a creare tra loro un’alchimia, restando legate alla famiglia SoftBank.

Nel corso di questo triennio, nonostante importanti acquisizioni in alcune tra le più interessanti aziende emergenti, volendo citare qualche nome, la cinese ByteDance, la start-up che ha creato Tik-Tok, il social network incentrato su brevi video che spopola tra i giovanissimi, o Uber, l’app di trasporto automobilistico privato che consente il collegamento diretto tra autisti e passeggeri – se vi va, sul sito ufficiale potete dare uno sguardo all’ampio portafoglio detenuto dal fondo – nel complesso, le performance fatte registrare dal fondo Vision sono state tutt’altro che entusiasmanti: +10% rispetto al +99% fatto registrare dal Nasdaq, l’indice di Wall Street che attiene al comparto tecnologico.

Le deludenti performance rappresentano probabilmente gli effetti collaterali della nuova visione. Senza il controllo e le pressioni del mercato, i fondatori delle start-up hanno spesso assunto comportamenti assimilabili al moral hazard, sperperando gran parte delle risorse messe a disposizione dal fondo. Il caso più emblematico è rappresentato da WeWork, una società che fornisce spazi di lavoro condivisi e flessibili, il cui ex CEO e fondatore, l’israeliano-americano Adam Neumann, si era reso protagonista di una condotta fatta di eccessi di ogni tipo, tali da costare al fondo Vision perdite per 14.5 miliardi di dollari e il suo, inevitabile, siluramento.

A questi “incidenti di percorso” si sono poi aggiunte le tensioni geopolitiche di questi anni, senz’altro un intralcio ai piani di Masayoshi Son, che puntava a costruire, come detto, alchimie tra le diverse partecipazioni in portafoglio.

Tuttavia l’impressione è che l’industria tecnologica stia percorrendo una direzione diversa. Oltre la metà dei 30 cosiddetti unicorni, ossia quelle aziende non ancora quotate con un valore stimato oltre il miliardo di dollari, si è quotata in borsa o è in procinto di farlo, ultime della lista la cinese Ant, colosso del fintech di Jack Ma, su cui pare esserci però qualche intoppo, e AirBnb, portale online per chi cerca un alloggio per le vacanze, per la quale è attesa l’IPO in dicembre. Altri stanno sperimentando un approccio diverso, preferendo un Direct Listing, anche conosciuto come DPO (Direct Public Offering), ossia una quotazione che non preveda la partecipazione di una banca d’affari per la sottoscrizione delle azioni emesse – dipendenti e investitori di una società convertono la loro proprietà in azioni che vengono poi quotate in borsa e successivamente acquistate dal pubblico senza il rischio che i primi vadano incontro al periodo di “blocco” delle tradizionali IPO – dunque una modalità più rapida e meno costosa di raccolta di capitali ma il cui prezzo di apertura risulta completamento esposto alla domanda del mercato e dunque alle sue eventuali oscillazioni. La quotazione di Spotify, celebre servizio di musica in streaming svedese, rappresenta un recente esempio di DPO.

Ad ogni modo, la strategia di Masayoshi Son di ritardare l’entrata sul mercato delle sue start-up dovrebbe portare i suoi frutti, dato che esse potranno beneficiare di quotazioni più elevate. Ed è anche positivo il fatto che il fondo Vision abbia rotto il monopolio dei Venture Capital statunitensi, coinvolgendo persino investitori non tradizionali, Fondi Sovrani e altre società, e, cosa ancor più importante, ampliando le possibilità di nascita di start-up di successo anche a realtà sorte in India, nel sud-est asiatico e in Cina, affermando come il futuro dell’hi-tech non sia solo a stelle e strisce.

Il 2020 non è stato però un anno facile neppure per SoftBank.

Le performance non entusiasmanti hanno fatto scappare gli investitori, alla fuga hanno inoltre contribuito i downgrade di Moody’s e Standard & Poor’s, preoccupate per l’eccessivo indebitamento della società.

Ciò ha costretto Masayoshi Son ad annunciare a marzo un pesante piano di risanamento, con vendite di asset per ben 41 miliardi di dollari. In realtà, come asserito dallo stesso imprenditore giapponese, una buona parte delle aziende detenute ben si sposano con la “nuova normalità” imposta dalla pandemia, fatta di digitalizzazione dei processi e intelligenza artificiale, basti pensare a Grofers, startup per il food delivery, Unacademy, società che fornisce lezioni e corsi di specializzazione online, Slack, software per la comunicazione aziendale, Biofourmis, Collective Health e Karius, start-up specializzate nel settore della salute, e così via.

Nel frattempo, però, le cessioni sono continuate. L’azienda ha rinunciato ai piani di espansione all’estero del suo core business, quello delle telecomunicazioni, vendendo tra l’altro Sprint, il quarto operatore di telefonia mobile del mercato statunitense. A settembre Mr Son ha annunciato anche la vendita di Arm, il più grande progettista di chip nel settore mobile che a breve potrebbe cominciare a ritagliarsi un ruolo importante anche nel settore PC – Microsoft ha da poco meno di un anno lanciato il suo primo Surface con architettura Arm (Surface Pro X) mentre è attesa a giorni la presentazione del primo Macbook da parte di Apple – per ben 40 miliardi di dollari alla statunitense Nvidia, una notizia che ha sorpreso gli investitori, dato che tale società avrebbe dovuto costituire il fulcro della strategia di SoftBank, profondamente incentrata sullo sviluppo di soluzioni web-based.

Escludendo la vendita di Arm, che richiederà diversi mesi per essere finalizzata, SoftBank ha venduto asset per complessivi 52 miliardi di dollari.

A questo punto le strade percorribili potrebbero essere grossomodo tre.

La prima strada consisterebbe in un’operazione di management buy-back, ossia di riacquisto di SoftBank di una parte delle proprie azioni dal mercato o, addirittura, il ritorno ad essere una private company, allo scopo di riottenere il completo controllo della società ed essere del tutto immune dalle oscillazioni del mercato. Da questa soluzione trarrebbe vantaggio soprattutto Masayoshi Son mentre SoftBank, al fine di ottenere le risorse necessarie all’operazione, sarebbe probabilmente costretta a cedere le partecipazioni più fruttuose, quella in Alibaba su tutte, con il risultato di minare le possibilità di sviluppo della società.

Una seconda via, più interessante, potrebbe essere invece l’acquisto di una quota importante di uno o più giganti dell’hi-tech, dunque l’abbandono dell’originaria, quanto più avvincente, strategia basata su acquisizioni di start-up con ampie prospettive di crescita. Un indizio verso tale strategia sarebbe la grossa mole di opzioni acquisite in settembre sui titoli Amazon e Microsoft, aziende che, nonostante la pandemia, stanno ottenendo performance eccellenti.

Infine, una terza strada, quella più avvincente e – ci scommetto – quella che più solletica l’immaginazione di Mr Son, è un’operazione di rilancio attraverso il suo nuovo fondo ribattezzato Vision 2, il quale inizialmente puntava ad avere 108 miliardi di dollari di capitali, ma che, date le performance poco brillanti del primo, fatica al momento a decollare.

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