Eurozona, Bulgaria e Croazia riaccendono la speranza.

da | Lug 14, 2020 | Politica economica | 0 commenti

Bulgaria-Croazia-Euro

La crisi del debito, prima, e quella da Covid-19, poi, hanno rappresentato un volàno importante per l’ascesa dei partiti euroscettici, sempre pronti a speculare sulle debolezze o sulle mancanze di un progetto, quello dei cosiddetti “Stati Uniti d’Europa”, ancora lontano dal suo completamento.

Ciò nonostante, mentre il Regno Unito si appresta a lasciare l’Unione Europea dopo 4 lunghi anni di tira e molla e i restanti Paesi membri cercano di trovare faticosamente la quadra sul Recovery Fund, Croazia e Bulgaria provano ad accendere una speranza sul futuro dell’Europa.

Una dichiarazione congiunta dello scorso venerdì della Banca Centrale Europea e del Consiglio Europeo ha infatti reso noto che i due Paesi entreranno nell’ERM-2, ossia in quel meccanismo, propedeutico all’adozione dell’euro, in cui ci si impegna a mantenere un tasso ancorato a quello della valuta unica per almeno due anni con una fluttuazione massima permessa del 15%.

Di seguito i tassi base fissati dalla BCE:

  • 7,5345 kune croate per euro.
  • 1,95583 lev bulgari per euro.

Come detto, se Croazia e Bulgaria riusciranno a rispettare tale impegno, essi potranno formalmente aderire all’Eurozona, diventando i Paesi numero 20 e 21 ad adottare la valuta unica.

Tale notizia dimostra che l’euro, checché ne dicano gli scettici, i quali ne prevedono la fine un giorno sì e l’altro pure, riscuote ancora un certo appeal: oltre ad essere una valuta di riserva globale seconda solo al dollaro statunitense, è visto, soprattutto nell’est del continente, come un prezioso mezzo per attirare investimenti e, in certi casi, un passo cruciale verso la definitiva chiusura al potere egemonico sovietico che per molti anni ha caratterizzato quell’area.

A tal proposito, Valdis Dombrovskis, vicepresidente esecutivo della Commissione europea ha dichiarato: “Croazia e Bulgaria hanno lavorato duramente per arrivare a questo punto, anche nel mezzo della pandemia di coronavirus”, aggiungendo che la loro scelta “È una testimonianza dell’attrattiva della nostra valuta comune – ancora relativamente giovane ma di grande successo a livello globale”.

Al fine di rispettare i cosiddetti criteri di convergenza, Croazia e Bulgaria hanno dovuto tenere sotto controllo l’inflazione, il debito pubblico e i deficit di bilancio, un compito reso ancor più difficile dalla pandemia di Covid-19, di cui le due piccole economie, tra le più povere dell’UE ed orientate soprattutto al turismo, hanno certamente risentito.

L’ultimo Paese ad introdurre l’euro è stata la Lituania nel 2015, seguendo quanto già fatto in precedenza da Estonia, Lettonia, Slovacchia e Slovenia.

Presto potrebbe essere la volta anche di Romania, Repubblica Ceca e Polonia, i quali, pur essendosi impegnati nell’adozione della valuta unica, mostrano ancora qualche perplessità, in particolare quest’ultima, convinta che il mantenimento dello zloty conferisca alla sua economia una maggiore flessibilità in tempi di crisi, un’affermazione avvalorata dal fatto che è l’unico Paese del blocco a mantenere una crescita economica sulla scia della crisi del 2008.

Chiaro pure che quanto assistito in Grecia durante la crisi del debito abbia comprensibilmente spaventato le opinioni pubbliche dei Paesi in procinto di adottare l’euro, se l’Eurozona vorrà prosperare negli anni a venire, ritagliandosi finalmente un ruolo di primo piano nello scacchiere internazionale ed evitando così di venir schiacciata nella morsa di Cina e Stati Uniti, dovrà certamente far tesoro degli errori compiuti nel recente passato.

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