Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve.
Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve.

La Federal Reserve sta mostrando un interventismo senza precedenti nel contrastare gli effetti negativi del coronavirus sull’economia statunitense, il quale rischia di mettere fine al suo record di sempre di ben 11 anni di crescita ininterrotta.

Nel giro di una settimana, infatti, sono stati ben due gli interventi al tasso ufficiale di sconto apportati dal Presidente Jerome Powell, per un taglio complessivo di un punto percentuale pieno, i quali hanno portato il costo del denaro all’intervallo 0-0.25% – ricordiamo che la Fed, a differenza della BCE che usa un valore puntuale, indica un intervallo – corrispondente al livello più basso raggiunto durante la crisi finanziaria del 2008 e mantenuto fino a dicembre 2015.

Fonte: Bloomberg

Non basta, Powell ha previsto anche un nuovo QE da ben 700 miliardi di dollari, oltre a tutta una serie di altre misure, tra cui consentire alle banche di ridurre i coefficienti di riserva allo 0%.

Tali provvedimenti vanno ad aggiungersi all’iniezione d’urgenza di oltre 1.500 miliardi di liquidità temporanea dello scorso 12 marzo, atta a compensare gli “scompensi estremamente insoliti” osservati sui mercati, i quali hanno coinvolto non solo Wall Street ma anche il mercato obbligazionario e i titoli del Tesoro americano e che, se non arginati, avrebbero portato potenziali spirali di panico capaci di scatenare contrazioni economiche. La manovra farà impennare il portafoglio di asset nel bilancio della Fed del 35% rispetto agli attuali 4.200 miliardi di dollari.

Ciò nonostante, è opinione comune tra gli osservatori che senza una decisa politica fiscale espansiva tali sforzi potrebbero risultare vani. Di uguale avviso è apparso essere lo stesso Powell, il quale, nel corso della conferenza stampa con i giornalisti, ha chiarito: “La cosa che può fare la politica fiscale, e in realtà solo la politica fiscale, è raggiungere direttamente le industrie interessate, i lavoratori interessati.”

In queste ore è per altro in corso un’azione coordinata delle banche centrali più importanti del mondo (Fed, BCE, Banca del Canada, Bank of England e Swiss National Bank) – l’avevo auspicato nel mio precedente articolo – la quale prevede uno sconto di 25 punti base sui contratti swap al fine di rendere più agevole l’accesso al dollaro da parte delle banche di tali Paesi, misura già adottata all’epoca della crisi del 2008.

Il Presidente Trump, da sempre critico sullo scarso apporto della Fed, ha salutato con entusiasmo le decisioni prese, qualcuno gli dovrebbe forse ricordare che senza gli sforzi di normalizzazione del bilancio compiuti dall’ex Governatore Janet Yellen prima – da lui silurata – e la ritrosia nel piegarsi al suo volere di Powell poi, la Banca Centrale americana non avrebbe avuto i margini di manovra necessari per combattere questa emergenza.

In futuro sarà interessante valutare se, e in quale misura, questo improvviso ma probabilmente necessario interventismo della Fed impatterà sulle prossime elezioni americane, in programma alla fine dell’anno: è consuetudine, infatti, che la politica monetaria si metta in standby in queste circostanze per non influenzare l’esito del voto.

Il 2020, l’abbiamo ripetuto più volte, avrebbe dovuto essere l’anno della politica fiscale, il coronavirus ha invece rimesso prepotentemente al centro quella monetaria.

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