I casi di coronavirus nel mondo.

Il timore che il coronavirus possa trasformarsi nella prima pandemia dell’era della globalizzazione e minacciare così la crescita dell’economia globale comincia a farsi strada tra gli osservatori.

Con un bilancio di oltre 3.000 vittime e 80.000 casi registrati ufficialmente,

gli economisti cominciano a produrre le prime stime sull’impatto che esso potrà avere sull’economia mondiale. In particolare, quelli di Oxford Economics Ltd, ritengono che una crisi sanitaria possa portare ad un calo del PIL mondiale di oltre un trilione di dollari.

A tanto ammonterebbe l’assenteismo sul posto di lavoro, la minore produttività, le difficoltà negli spostamenti, l’interruzione delle catene di approvvigionamento e la riduzione degli scambi e degli investimenti.

Al momento, però, le istituzioni internazionali restano caute sul suo impatto, forti delle dichiarazioni del Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che parla ancora di epidemia, e non di pandemia.

Il Fondo Monetario Internazionale, per esempio, stima un calo di soltanto un punto decimale rispetto alle previsioni di crescita mondiale del 3.3% per il 2020.

Si ritiene infatti che, non appena i focolai si attenueranno, l’economia mondiale possa godere di un rapido rimbalzo che compensi il crollo registrato in queste settimane.

Tuttavia, il protrarsi della chiusura delle fabbriche cinesi, la cui attività, stando alle ipotesi iniziali, avrebbe dovuto già essere ricominciata, la diffusione del virus in Corea del Sud, in Iran e nel cuore dell’economia italiana, ossia nelle regioni settentrionali, dove si produce gran parte del PIL del Belpaese, continuano a preoccupare.

Se è vero infatti che in Italia sarebbero stato osservati un numero elevato di casi di contagio soltanto in virtù di un numero di test effettuati sensibilmente superiore rispetto a qualsiasi altro Stato europeo – sulla cui autenticità, per altro, data la natura emergenziale, non sono da escludersi numeri casi di falsi positivi – è lecito aspettarsi il moltiplicarsi dei casi nell’intero continente e quindi il rischio recessione per l’intera area euro.

Quantificare i rischi in questa fase è esercizio assai complesso.

In un’analisi precedente all’attuale epidemia, la Banca Mondiale stimò che una pandemia distruttiva avrebbe provocato un crollo del PIL globale di un punto percentuale; guardando al passato, invece, una pandemia simile all’influenza spagnola del 1918, che pare abbia ucciso tra le 50 e le 100 milioni di persone, comporterebbe un crollo del PIL globale nell’ordine dei 5 punti percentuali.

Ad ogni modo, al fine di mitigare le conseguenze, sarà cruciale attendere le decisioni del G7, la cui riunione dei ministri finanziari è in programma in queste ore, e dei banchieri centrali, i cui prossimi meeting, per quanto concerne BCE e Federal Reserve, sono attesi, rispettivamente, il prossimo 12 e 18 marzo.

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Sia Lagarde che Powell si sono resi disponibili ad agire in tempi brevi ed è lecito credere che seguiranno a ruota tutti gli altri banchieri centrali, rimettendo di fatto di nuovo al centro la politica monetaria, e pensare che fino a poche settimane fa si era parlato di una riscossa della politica fiscale.

Al momento non ci resta che attendere, quantificare gli effetti sull’economia mondiale del coronavirus sarà il primo passo per comprendere quante e quali decisioni andranno prese per contrastarli.

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