Dominic-Raab-Brexit

Il dimissionario ministro per la Brexit, Dominic Raab.

È da un po’ di tempo che non dedico un articolo a Brexit.

Dopo una lunga fase di stallo, qualcosa si è finalmente mosso – anzi, in queste ore i ritmi appaiono persino frenetici – e le parti, a poco più di 4 mesi dalla scadenza, fissata, ricordiamolo, per il prossimo 29 marzo, hanno finalmente annunciato di aver raggiunto un accordo preliminare sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Scopo di questo articolo è dunque fare un recap delle 585 pagine (185 articoli e 3 protocolli) oggetto dell’intesa. Partiamo dall’aspetto finanziario.

Il Regno Unito si impegna a far fronte a tutti gli impegni presi in precedenza, in modo che le quote di partecipazione degli altri Stati membri non subiscano variazioni, per un ammontare stimato tra i 40 ed i 60 miliardi di euro, a cui potrebbero aggiungersi ulteriori 14 miliardi di potenziali passività. Per il 2019 ed il 2020 il Regno Unito contribuirà al bilancio dell’Unione come se fosse d fatto ancora membro; la maggior parte delle obbligazioni termineranno entro il 2025 mentre alcune, per esempio quelle riguardanti il pagamento delle pensioni dei funzionari dell’UE, potrebbero perdurare fino al 2064.

I diritti dei cittadini.

Un sospiro di sollievo per i 3 milioni di cittadini europei residenti nel Regno Unito e per il milione di sudditi di Sua Maestà residenti in Europa: per loro nulla cambierà. Inoltre, a differenza di quanto avrebbero voluto a Bruxelles, l’accordo di uscita del Regno Unito dall’UE non ricadrà sotto la giurisdizione della Corte di giustizia europea; discorso diverso per le dispute sui diritti dei cittadini: se ne occuperanno ancora a Lussemburgo per i successivi 8 anni dalla fine del periodo di transizione.




Transizione.

Il trattato prevede un periodo di transizione fino alla fine del 2020, prolungabile previo nuovo accordo tra le parti. Durante tale periodo, il Regno Unito, benché continuerà a sottostare alla legislazione europea, perderà qualsiasi potere decisionale. Inoltre, nel caso il periodo di transizione dovesse ricevere una o più proroghe, il Regno Unito dovrà contribuire con nuovi esborsi al bilancio europeo, per un importo netto stimato tra i 10 ed i 15 miliardi di euro all’anno.

Il confine nord-irlandese.

Il punto più spinoso dell’accordo era senz’altro quello concernente le decisioni sull’unico confine fisico tra le due aree, ossia quello tra la Repubblica d’Irlanda, membro dell’Unione Europea, e l’Irlanda del Nord, membro del Regno Unito.

Le parti hanno convenuto che fino alla ridiscussione di una nuova intesa commerciale, la quale avverrà soltanto a Brexit ultimata, al fine di non danneggiare i traffici commerciali tra le due Irlanda, l’Irlanda del Nord continuerà a sottostare alle norme del mercato unico, con controlli su alcuni scambi commerciali con la terraferma del Regno Unito sia nei porti, sia sul mercato.

Il Regno Unito, nel contempo, promette unilateralmente di ridurre al minimo le divergenze con l’Irlanda del Nord aderendo alle norme del mercato unico dell’UE per le merci, in modo da mantenere aperto il flusso di scambi verso la terraferma britannica. Il commercio di pesce è invece escluso dall’unione doganale fino al raggiungimento di un futuro accordo tra Regno Unito e Unione europea sull’accesso reciproco alle acque.

Dunque, mentre l’Irlanda del Nord applica l’intero “codice doganale dell’unione“, che stabilisce la frontiera per la libera circolazione delle merci all’interno dell’UE, il Regno Unito applicherebbe un modello di unione doganale più basilare.

Al fine di garantire “parità di condizioni” per le imprese, il Regno Unito si impegna inoltre a seguire le regole di concorrenza dell’UE e promette di mantenere alcune leggi esistenti in materia di lavoro, standard ambientali e aiuti di Stato.




Le reazioni.

Mentre il commissario UE alla Brexit, Michel Barnier, pur conscio che il lavoro da fare sia ancora parecchio, si dice soddisfatto per l’accordo raggiunto, nel Regno Unito è in atto una vera e propria bufera sull’Esecutivo May: seppur la Premier abbia incassato il “Sì” del Governo sull’accordo raggiunto, il ministro per la Brexit, Dominic Raab, ha rassegnato le proprie dimissioni, a cui sono immediatamente seguite quelle della sottosegretaria, Suella Bravermen. Dimissioni anche per il ministro del Lavoro, Esther McVey, e il sottosegretario al dicastero dell’Irlanda del Nord, Shailesh Vara.

E l’ondata di dimissioni pare non si esaurirà qui come riporta l’immagine presa dall’agenzia Bloomberg. Infatti, molti altri esponenti del Governo potrebbero presto lasciare, anzi, c’è chi è pronto a scommettere che la stessa May sarà presto sfiduciata. Governo-UK-Brexit “Non è questa la Brexit che volevamo!”

È questo il claim che risuona in queste ore. In particolare a non convincere i più è la situazione di compromesso sul confine nord-irlandese, che di fatto lega le mani il Regno Unito fino ad un nuovo accordo commerciale con l’UE. A tal proposito, non dimentichiamo che Theresa May, dopo la deblace nelle elezioni dello scorso anno, è tenuta a galla proprio dal DUP, il partito unionista nord-irlandese, euroscettico ma contrario ad una hard-brexit.

Mentre in molti cominciano a pensare che un “no deal” sia migliore dell’accordo raggiunto, il Fondo Monetario Internazionale ha voluto immediatamente far sentire la propria voce dichiarando che un divorzio senza accordo costerebbe all’economia britannica ben sei punti di PIL.

Forse più che un “no deal”, viene da pensare che questa Brexit non avrebbe proprio dovuto farsi, quando il populismo comincia a fare i conti con la realtà a piangere è sempre il popolo.

Infine, ricordiamo che l’intesa raggiunta dovrà essere approvata dai 27 Stati membri della UE, dal Parlamento Europeo e dalla Camera dei Comuni del Regno Unito.




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