Theresa May

La Premier inglese, Theresa May.

Si è scritto (ed ho scritto) molto sulla Brexit. Dalla vittoria del fronte del “leave” nel referendum del 23 giugno scorso, tra prese di posizioni scomode ed imprevisti legali, ne sono successe di ogni.

Theresa May – Premier insignito di portare il Regno Unito fuori dall’UE dopo la dimissioni del suo predecessore Cameron – sembrava aver finalmente sistemato tutto, riuscendo persino ad invocare l’Art. 50 del Trattato di Lisbona nei termini auspicati; le occorreva un ultimo passo – in realtà neppure troppo dovuto – quello di ottenere una maggior legittimazione popolare, a suo dire necessaria per affrontare con maggior autorevolezza i negoziati per la Brexit con l’UE.

In realtà l’obiettivo di Theresa May era, passatemi il termine, più “subdolo”.

La Premier inglese, forte dei sondaggi, bramava di liberarsi delle opposizioni. È questa la motivazione principale che la spinse, il 18 aprile scorso, ad annunciare a sorpresa elezioni anticipate per l’8 giugno.

Lasso di tempo brevissismo, meno di due mesi, impossibile pensare ad una rimonta dei suoi avversari, ed invece…

Risultati elezioni inglesi

Esito delle elezioni nel Regno Unito. Fonte: La Repubblica

I venti punti percentuali di vantaggio che i sondaggisti accreditavano al partito Conservatore su quello Laburista di Jeremy Corbyn sono diventati poco più di due (42.45% contro 39.99%).

Una rimonta inimmaginabile, che di fatto rigetta il Regno Unito in quello che Oltremanica definiscono “Hung Parliament”, ossia una maggioranza di Governo il cui esiguo scarto di voti rispetto alla minoranza rende di fatto il Paese ingovernabile.

Insomma, da questa nuova tornata elettorale, Theresa May non solo non guadagna alcun seggio, ne perde addirittura 12!

Dal grafico in alto (fonte: La Repubblica) si evince inoltre che, confrontando i seggi ottenuti dalla May (318) con quelli ottenuti dai principali partiti politici, Laburisti (261), il Partito Nazionalista Scozzese (35), i Liberal Democratici (12) ed il Partito Unionista Democratico (10), si ottiene esattamente lo stesso numero.

Da questo computo restano fuori altri 13 seggi, ottenuti da partiti minori, nessuno dei quali però ottenuto da UKIP, il “Partito per l’indipendenza del Regno Unito”, principale sostenitore della Brexit che di fatto resta fuori dal Parlamento, a riprova del fatto che i populisti, in qualsiasi democrazia del mondo, hanno vita breve.

Per ulteriori dati riguardo l’esito del voto inglese, nonché un confronto con le elezioni del 2015, vi consiglio di cliccare qui.




Cosa ha portato alla debacle della May?

Premesso che è sempre difficile rintracciare le cause esatte di una sconfitta elettorale, il tema del terrorismo, dopo i recenti attentati di Manchester e di London Bridge, soprattutto alla luce delle dimostrate défaillance dell’intelligence inglese, ha sicuramente rivestito un ruolo predominante.

In aggiunta, l’hard-brexit teorizzata dalla Premier inglese non sembra aver convinto sino in fondo i sudditi di Sua Maestà. Ricordiamo che il margine tra “leave” e “remain” allora fu lieve (51.9 a 48.1), il Paese si mostrò spaccato, e in molti sostengono che se si rivotasse oggi l’esito di quel referendum, che ha cambiato per sempre la storia del Regno Unito, potrebbe essere addirittura diverso.

Infine, si è detto di una May poco empatica, poco vicina ai giovani che non trovano lavoro o che non vengono pagati a sufficienza, distante dalla classe media tartassata dalle tasse e dal popolo che non vuole rinunciare allo stato sociale.

Forse, lo scottante tema Brexit le ha fatto perdere di vista tutte le altre esigenze dei suoi cittadini.

Quale scenario?

Una cosa è certa, il Regno Unito da queste elezioni ne esce indubbiamente indebolito.

In molti hanno richiesto le dimissioni di Theresa May che, al contrario, dopo il colloquio avuto alle 12:30 a Buckingham Palace con la Regina, si è detta pronta a formare un nuovo Governo con l’appoggio degli unionisti nord irlandesi del Dup.

Non è lecito sapere quanto questo nuovo Esecutivo potrà durare, di certo non avrà l’autorevolezza che la Premier inglese sognava.

Sul fronte estero le cose non vanno meglio.

L’unico alleato su cui la May aveva potuto contare era stato il Presidente americano, Donald Trump, la cui tenuta alla Casa Bianca, alla luce delle dichiarazioni fornire dall’ex capo dell’FBI, James Comey, sul Russiagate, lo pongono sempre più a rischio impeachment.

In questo clima di incertezza la sterlina cade a picco contro tutte le altre maggiori valute, su questo punto è bene ricordare che, a differenza di Paesi quali l’Italia, il Giappone o la Germania, economie votate alle esportazioni, una valuta debole non fa certo bene al Regno Unito, in quanto importatore netto.

Per concludere, si sta realizzando tutto ciò che l’UE sognava l’indomani della Brexit.

I focolai populisti che la Crisi aveva riacceso un po’ in tutta Europa vanno via via spegnendosi – l’unico a destare ancora preoccupazione, dopo il pericolo scampato in Francia, resta quello italiano – l’esperienza Trump, che più volte ha espresso critiche verso l’Eurozona, si sta dimostrando tutt’altro che esaltante, anzi, per le ragioni prima descritte, potrebbe concludersi anzitempo, mentre il Regno Unito si sta praticamente scavando la fossa da solo dopo aver, forse con troppa audacia, ritenuto di poter recitare la parte del leone contro gli ex amici europei, i quali, se le cose Oltremanica dovessero degenerare, finirebbero per spartirsi anche il polo finanziario della City.

Questo clima, unito alla ventata di aria fresca che ha portato l’elezione di Macron e gli ottimi risultati che la cura a base di austerity sta producendo in Spagna, rilanciano pesantemente il sogno europeo, con la speranza che non vengano più commessi gli errori di questi anni.

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