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La vittoria dei partiti populisti alle elezioni dello scorso marzo ed i conseguenti tentativi – conclusisi positivamente – di formare un Governo hanno riportato in auge quello che sembrava un tema ormai accantonato: l’uscita dall’euro da parte del nostro Paese.

Nel racconto di Lega e M5S, infatti, seppur a fasi alterne, non sono mai mancate critiche – più o meno aspre – dirette alla moneta unica, la cui eccessiva forza strangolerebbe un’economia, quella italiana, da sempre votata all’export.

Da qui il ragionamento secondo cui una moneta più debole o, più in generale, la possibilità di poterla svalutare, renderebbe le nostre esportazioni più concorrenziali sui mercati internazionali, trainando in questo modo crescita ed occupazione.

Ma è così che stanno le cose o, come è consuetudine tra i populisti, le ricette urlate dai palchi televisivi all’atto pratico si rivelano del tutto fallaci, in quanto dimenticano, più o meno volutamente, tutti gli effetti collaterali?

Cominciamo dalle tempistiche.

Si può pensare di uscire dall’euro in pompa magna così come ci siamo entrati? Quando Salvini e Di Maio sostengono che nel loro contratto di Governo non c’è (più) alcun riferimento all’uscita dall’euro, ciò vuol dire che questa eventualità sia davvero scongiurata? La risposta è no.

Dall’euro è possibile uscire solo in gran segreto, ossia dalla sera alla mattina, magari nel fine settimana, e a borse chiuse. Ipotesi diverse da queste comporterebbero l’immediata corsa agli sportelli dei risparmiatori e, per quelli più abbienti, un forte incentivo a portare le proprie fortune all’estero, in modo da preservarne il valore, che altrimenti andrebbero convertite in una valuta non solo più debole ma, di lì a poco, enormemente esposta a svalutazioni. Per evitare tale eventualità, il Governo dovrebbe introdurre controlli sul capitale, dunque limitarne il prelievo se non, addirittura, imporre la chiusura forzata degli istituti bancari per un tempo indefinito. Riuscite ad immaginare un mondo in cui non potete disporre liberamente del vostro denaro?

Dunque, lo ribadisco, non è possibile annunciare l’uscita dalla valuta comune, soprattutto se l’obiettivo è limitare – badate, limitare, non annullare – gli effetti negativi di tale decisione.




Passiamo ora all’aspetto pratico.

Sostituire la propria valuta con un’altra comporta tempo, basti pensare che dal passaggio da lira ad euro furono stampate 15 miliardi di banconote e coniate ben 52 miliardi di monete, non certo un’operazione di poco conto.
Al fine di rendere meno drammatico il passaggio – immaginate all’improvviso di non avere contante sufficiente per fare la spesa – si potrebbe pensare di incentivare l’uso della moneta elettronica, la quale, però, oltre a non essere molto ben vista dagli italiani, genererebbe non poche difficoltà tra i ceti meno abbienti e più anziani, poco inclini alle moderne modalità di pagamento.

Tirando le somme, il periodo di transizione si rivelerebbe complesso e costoso.

Al netto degli estremisti, i quali vedono il ritorno alla lira come la panacea da ogni male, molti dei fautori di questa soluzione convengono sul fatto che, seppure nel breve periodo le incognite sarebbero tante, una volta a regime il ritorno alla lira gioverebbe all’economia italiana.

Ancora, le cose stanno davvero così o ci manca qualche passaggio?

Di certo una svalutazione darebbe un immediato slancio alle esportazioni – settore, in realtà, tutt’altro che in crisi, dato che lo scorso anno l’Italia ha esportato più di Francia e Germania – in quanto comporterebbe un miglioramento della competitività delle nostre merci sui mercati internazionali. Del resto, è ciò che sta accadendo al Regno Unito con Brexit.

Ma nel lungo periodo?

Nel lungo periodo la svalutazione non premierebbe, le aspettative dei mercati sono razionali e presto finirebbero per incorporare tale svalutazione, chiedendo di conseguenza tassi di interesse più elevati.

Insomma, nel lungo periodo svalutare non porta vantaggi.

Chi sostiene poi un ritorno alla lira ignora più o meno volutamente l’altra faccia della medaglia, le importazioni.

Svalutare rende i beni importati più costosi, in particolar modo quello delle materie prime che, come sappiamo, sono quotate in dollari americani. Ciò significa bollette più care per famiglie ed imprese, con una perdita del potere di acquisto per le prime e di competitività per le seconde.

Tirando le somme, la svalutazione porterebbe esclusivamente benefici effimeri nel breve periodo, inflazione a due cifre nel lungo.




Po ci sarebbe da affrontare l’enorme fardello del debito pubblico, oltre 2300 miliardi di euro, appunto, di euro.

Qui c’è da fare un distinguo.

La porzione di debito detenuta dagli investitori internazionali – salvo l’ipotesi di ridenominazione che avrebbe effetti catastrofici sulla credibilità del Paese e sui futuri tentativi di accesso al mercato, vedi il caso Argentina – resterebbe in euro, con gli istituti di credito che di colpo vedrebbero notevolmente peggiorare i propri bilanci e, dunque, le possibilità di erogare credito a imprese e famiglie.

La porzione di debito, invece, detenuta direttamente dallo Stato, nello specifico da Bankitalia o, meglio, dalla Banca Centrale Europea ma garantita da Bankitalia, notevolmente lievitata con il quantitative easing, risentirebbe terribilmente dell’aumento dei tassi di interesse: prima dell’euro erano intorno al 12%, ora sotto al 5%, segno che l’ingresso nella valuta unica, al di là di quanto urlato dai populisti, qualche beneficio l’ha portato. Tassi di interesse più alti vuol dire maggiori spese per lo Stato, dunque meno fondi da destinare ai cittadini.

“Sì, ma potremo ritornare a stampare moneta, ad essere padroni del nostro destino!”

Finanziare i propri deficit stampando moneta potrebbe essere vista come una cura palliativa, prima o poi i conti vanno fatti, i debiti vanno onorati, altrimenti l’inflazione ci renderà sempre più poveri: siamo un Paese piccolo, abbiamo bisogno di accedere ai mercati, l’autarchia non è concepibile per gli Stati Uniti, figuriamoci per l’Italia.

Senza lo scudo della Bce, di una banca centrale indipendente e credibile, con una dinamica del debito come quella nostrana, rischieremmo di venire travolti dai mercati, dunque altro che recupero della sovranità, saremmo ancora più esposti alla loro vorticosità, frutto sì di speculazioni figlie dell’alto debito ma anche e soprattutto di una valuta in perenne svalutazione competitiva.




Dunque che si fa, qual è la soluzione?

La soluzione è ricominciare ad essere un Paese serio, attuare le riforme strutturali necessarie a migliorare la crescita e ridurre il debito, ciò che davvero ci rende vulnerabili ai mercati. Basta vedere complotti ovunque, basta cercarsi nemici immaginari pur di mascherare i propri fallimenti e basta anche con le minacce, non facciamo paura a nessuno ma solo male a noi stessi, la risalita dello spread in queste settimane è lì a dimostrarlo.

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