Mauricio Macri, presidente dell'Argentina.

Mauricio Macri, presidente dell’Argentina.

Sono passati ben 15 anni dal default da 95 miliardi di $ del 2001, 15 anni senza la possibilità di accedere al mercato del credito internazionale, 15 anni duri per l’Argentina.

La svolta, attesa per tutti questi anni, è finalmente arrivata. L’Argentina torna sui mercati internazionali e lo fa meglio di quanto auspicato: l’offerta di bond, inizialmente prevista a 12.5 miliardi di dollari, è stata successivamente elevata a 16.5 miliardi, a fronte di una domanda degli investitori incredibile di ben 68.5 miliardi. Nomi importanti, quali Deutsche Bank, Hsbc, JP Morgan e Santander hanno gestito l’emissione.

Nel dettaglio, i 16.5 miliardi di bond sono stati così distribuiti:

  • 2.75 miliardi di $ di titoli a trent’anni al tasso dell’8%.
  • 6.5 miliardi di $ di titoli a dieci anni al 7.5%.
  • 4.5 miliardi di $ di titoli a cinque anni al 6.875%
  • 2.75 miliardi di $ di titoli a tre anni al 6.25%.

Tale emissione, record giornaliero per un Paese in via di sviluppo, rappresenta una grande vittoria per il neo presidente Mauricio Macri, insediatosi nel dicembre dello scorso anno promettendo la fine di politiche economiche imprevedibili ed il raggiungimento di un accordo con i creditori, rifiutatisi nel 2005 e nel 2015 di accettare qualsiasi ristrutturazione del debito, dando così via ad una lunga battaglia legale risoltasi soltanto poche settimane fa.

Dichiarare default non è un gioco: secondo il ministro delle finanze argentino l’isolamento dai mercati internazionali è costato 120 miliardi di $, nonché 2 milioni di posti di lavoro che altrimenti sarebbero stati creati. Senza la capacità di accedere ai mercati, infatti, l’ex presidente Cristina Fernandez de Kirchner ha drenato le riserve della banca centrale argentina per pagare il debito in valuta forte e, dovendo anche stampare denaro per finanziare la spesa pubblica, ha contribuito ad alimentare l’inflazione che gli analisti stimano ad oggi al 25 per cento circa. A causa dell’erosione del peso, inoltre, si è assistito alla fuga di capitali e conseguenti controlli valutari che hanno finito per soffocare la crescita economica e gli investimenti esteri.

Dal suo insediamento, Macri, ha rimosso i controlli sui capitali, ha ridotto la maggior parte delle tariffe di esportazione, tagliato i sussidi governativi e revisionato l’agenzia nazionale di statistica, ma, ancor più importante, concluso, come detto, la disputa con gli hedge fund e gli altri investitori guidati dal miliardario Paul Singer, ai quali andranno 10 dei 16.5 miliardi ottenuti dall’emissione.

Gli interventi elencati ma, soprattutto, la stabilità politica raggiunta, hanno permesso ad un Paese che è tutt’ora in default – Solo Moody’s ha rivisto il rating dell’Argentina da Caa1 a B3, per Standard & Poor’s e Fitch è ancora, rispettivamente, SD ed RD, sigle che identificano lo stato di insolvenza del Paese – di ritrovare la via dei mercati e con tassi che, nonostante tutto, sono leggermente sotto quello che S&P vede in media per i bond decennali con rating B- (8.89%) [Fonte: Bloomberg].

Insomma, un nuovo inizio per l’Argentina ma anche un monito per tutti i partiti populisti che con la Crisi hanno preso piede un po’ ovunque: con i mercati non si scherza, il debito, soprattutto quello verso l’estero, è un affare serio, e la stabilità politica è la conditio sine qua non per accedervi.