Mentre in Italia, con l’avvento dei populisti al Governo, l’uscita dall’euro, e quindi il ritorno alla lira, torna ad essere un’ipotesi realistica, c’è un’altra lira, quella turca, il cui valore sta via via sprofondando, battendo ogni record negativo.

Una premonizione? Un avvertimento indiretto? Chissà, certo è che ai mercati non sembra mancare il senso dell’umorismo.

Ma torniamo seri, cosa sta succedendo in Turchia?

Qualche giorno fa, in un’intervista rilasciata a Bloomberg, il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aveva attaccato frontalmente le agenzie di rating, colpevoli, a suo dire, di declassare il debito sovrano turco e di migliorare invece il giudizio su quello della Grecia, Paese definito “in fallimento”.

A ciò, il leader turco, aveva aggiunto un invito alla Banca Centrale turca a tagliare i tassi di interesse anziché alzarli, nonostante un tasso di inflazione a due cifre (10.85%) e la lira turca in costante deprezzamento.

Ciò lascia presagire che dopo le elezioni anticipate previste per il prossimo 24 giugno, Erdogan darà il via al completamento della sua riforma costituzionale, rendendo di fatto la Banca Centrale, che già di per sé gode di scarsa autonomia, del tutto dipendente dal volere del Presidente, il contrario di quanto preveda la moderna teoria economica, che dell’indipendenza della Banca Centrale dalla politica ne ha fatto uno dei suoi capisaldi.




Eppure, recentemente, la Banca Centrale turca aveva provveduto ad un innalzamento dei tassi di 75 punti base portandoli al 13.5% ma, secondo gli analisti, per fermare il crollo della lira ne servirebbe un altro ben più sostanzioso, intorno ai 200 punti base.

Ai timori dei mercati si è aggiunto – come spiegato nel mio recente articolo sull’Argentina – l’aumento dei tassi USA, il quale sta generando una sorta di esodo degli investitori dai mercati emergenti verso gli Stati Uniti, attratti dal buon rendimento (3%) offerto dal ben più affidabile bond statunitense a 10 anni, rendendoli meno disposti ad impelagarsi in investimenti a più alta volatilità.

A complicare ancor di più la faccenda vi sono poi le crescenti tensioni internazionali, con Trump che sembrerebbe orientato ad imporre nuove sanzioni all’Iran, le quali finirebbero per portare ancor più su il prezzo del petrolio di cui la Turchia è dipendente.

Ciò avrebbe come esito il peggioramento del saldo commerciale della Turchia, già di per sé disastroso: a marzo le partite correnti hanno mostrato un disavanzo di 4,8 miliardi di dollari – superiore alle attese – portando così il passivo del primo trimestre a 16,4 miliardi – lo scorso anno era stato di 8.4 miliardi – e a quota 55,4 miliardi negli ultimi 12 mesi. Si stima che esso ammonti a circa il 6% del PIL.

Con la lira che continua a deprezzarsi sui mercati internazionali, l’aumento del prezzo del petrolio che, ricordiamo, è quotato in dollari, il disavanzo non può che essere destinato a salire.




Di tale condizione ne sta risentendo anche la curva dei rendimenti, la quale appare sempre più invertita, con il rendimento del bond a due anni (15.5%) che ha superato quello a dieci anni (13.49%).

È proprio per rimettere ordine nella curva dei rendimenti che una stretta monetaria sarebbe necessaria, al contrario, la riduzione dei tassi auspicata – e a questo punto annunciata – da Erdogan contribuirebbe a ridurre ulteriormente le riserve in valuta estera detenute dalla banca centrale turca, stimate in 83 miliardi di dollari, a far schizzare ancor più in alto il tasso di inflazione – come detto, già a due cifre – e alla fuga di capitali verso l’estero.

Insomma uno scenario apocalittico già vissuto altrove e da cui anche i sovranisti di casa nostra avrebbero da imparare.

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