Macri-Argentina

Il Presidente argentino, Mauricio Macri.

Nell’epoca dei tassi zero – BCE e Boj – o, comunque, dei primi, timidi, tentativi di normalizzazione della politica monetaria – Fed – c’è una banca centrale, quella argentina, che nel giro di una settimana ha portato, con ben tre strette monetarie, i tassi dal 27.25% al 40%!

Tanto è servito all’Argentina per mettere un freno alla svalutazione del peso,il cui valore è diminuito di un quinto rispetto al dollaro da inizio anno, rendendola, di fatto, la valuta con il peggior rendimento tra quelle dei mercati emergenti. Nel contempo, il ministro del Tesoro, Nicolás Dujovne, ha annunciato un nuovo obiettivo di riduzione del deficit, dal 3.2% al 2.7% – nel 2017 era stato del 3.9% – che per il Governo argentino equivale a circa 3 miliardi di dollari in meno da prendere a prestito.

È solo in virtù di questi annunci che la valuta argentina ha finalmente reagito, rafforzandosi di quasi il 5% rispetto al dollaro.

peso argentino-dollaro

Fonte: Financial Times.

Le difficoltà sono iniziate a gennaio, quando la banca centrale argentina, il 28 dicembre scorso, spinta dal Governo, decise di tagliare i tassi di 0,75 punti percentuali, rivedendo al rialzo il proprio target inflazionistico per il 2018 dal 12 al 15%, accendendo le preoccupazioni degli investitori circa l’indipendenza della banca centrale dalla politica ed il suo impegno a ridurre l’inflazione, la quale, al momento, è stimata intorno al 25%.

A rendere la situazione ancor più incandescente ci sarebbe stato il balzo in avanti compiuto dal bond a 10 anni del Tesoro USA, il cui il rendimento, dopo la diffusione del dato positivo sull’occupazione americana, ha superato alla fine di aprile il 3%: che senso ha investire in mercati emergenti, caratterizzati da maggiore volatilità, se si può ottenere  un rendimento del 3% su un titolo tripla A?

È questo il ragionamento che devono aver fatto gli investitori – ciò spiegherebbe anche i crolli di questa settimana del peso messicano e dello zloty polacco – i quali, già spaventati dalla mole di debito estero del Paese e da un disavanzo delle partite correnti del 5% sul PIL, hanno in massa prelevato denaro dai mercati emergenti destinandoli a lidi più sicuri ma comunque sorprendentemente remunerativi.

E’ chiaro che, con un mercato cambiario i cui scambi non superano i 100 milioni di dollari giornalieri, movimenti del genere hanno immediatamente generato instabilità.




Mauricio Macri, dunque, l’uomo che da due anni e mezzo, attraverso un ambizioso piano di riforme, sta cercando di riportare l’Argentina ai fasti di un tempo – suo, tra gli altri, il merito del ritorno all’accesso ai mercati di due anni fa – si è trovato ad affrontare la prima turbolenza della sua gestione e l’ha fatto in maniera intransigente, anche rischiando di sacrificare la crescita del Paese che, dopo il crollo del 2016 (-1.8%), aveva fatto registrare nel 2017 una crescita sostenuta, al 2.9%.

Oltre alle riforme, ciò di cui più necessita il popolo argentino è ritrovare la fiducia verso le istituzioni e verso la propria moneta, e ciò avverrà solo quando essi smetteranno di cambiare i propri pesos per i dollari.

Hai trovato interessante quest’articolo?

Se sì, iscriviti alla newsletter inserendo la tua mail nell’apposito spazio o metti un like alla mia pagina Facebook, resterai così informato sulle future pubblicazioni, grazie!