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Il primo ministro portoghese, António Costa.

C’è un Paese in Eurozona a cui guardano con speranza le sinistre europee, il Portogallo.

L’esito delle ultime tornate elettorali, infatti, si è rivelato per loro assai severo praticamente ovunque: dall’essere partiti di Governo a forza di opposizione, talvolta rischiando, come in Francia, persino di scomparire, il passo è stato breve; questo il leitmotiv osservato in Eurozona, con i partiti populisti e di estrema destra a fare incetta di voti sulla base di proposte che la storia ha già dimostrato essere inconcludenti ed irrealizzabili.

È chiaro che, mentre le segreterie dei partiti sconfitti ancora si interrogano sulle ragioni di tale debacle – ragioni, dal mio punto di vista, assai chiare, la Globalizzazione e il liberismo economico ad essa connessa, ha disarmato le armi con cui la sinistra redistribuiva la ricchezza, lasciando le fasce più deboli della popolazione indifese ed impaurite, sensazione per altro acuita dalla manipolazione dei social – la notizia che un Paese, molto vicino al nostro, che adotta la nostra stessa valuta e che, durante la Crisi dell’Eurozona, rientrava nel novero dei PI(I)GS*, faccia registrare risultati economici molto positivi, accende immediatamente la curiosità degli osservatori.

Cosa sta decretando il successo del Portogallo?

Nel novembre del 2015, a seguito di elezioni inconcludenti, il Presidente della Repubblica portoghese, Aníbal Cavaco Silva, affidava l’incarico di formare un governo ad António Costa, il quale, con l’appoggio di radicali e comunisti, trovava un accordo sulla base di una netta inversione alle misure di austerità legate al salvataggio del Portogallo durante la Crisi del debito.

La manovra economica per il 2016 segnava così un punto di rottura rispetto al recente passato, venivano infatti cancellate tutta una serie di misure legate al Memorandum, dunque, il taglio degli stipendi pubblici, la sovrattassa sui redditi delle persone fisiche e la reintroduzione di un reddito di inserimento per i ceti meno abbienti. L’IVA sui ristoranti scendeva dal 23 al 13% e il salario minimo mensile aumentava a 530 euro.

Anche il carico fiscale alle imprese scendeva al 21% mentre si procedeva ad un aumento dell’imposizione sui prodotti petroliferi e, in generale, un deciso contenimento della spesa pubblica.

In sintesi, l’idea di fondo era offrire un sostegno alle fasce della popolazione e ai settori economici più penalizzati dalla Crisi ma con maggiori possibilità di espansione.

Si stimava che la manovra avrebbe comportato un aumento del deficit rispetto al programma presentato alle autorità europee nel 2015 dello 0.8% del PIL, si temeva che questa operazione avrebbe compromesso gli sforzi di risanamento dei conti pubblici operati negli anni precedenti dal Portogallo. Anche i mercati erano dello stesso avviso, lo spread tra i titoli di stato decennali portoghesi e quelli tedeschi, in circa sei mesi, da fine 2015 alla metà del 2016, aumentò di circa 150 punti base.




Nonostante le perplessità di autorità europee e investitori, le politiche di Costa, grazie anche al contributo offerto dalla buona congiuntura economica internazionale, hanno avuto effetti positivi sull’economia del Portogallo: grazie all’aumento dei salari e all’abbassamento della tassazione, i consumi sono saliti del 2.9% nel 2016 e del 2.5% nel 2017, ricreando quel clima di fiducia necessario a nuovi investimenti privati che non sono tardati ad arrivare, soprattutto nel campo delle costruzioni e dei macchinari. Altro settore a trainare la ripresa è stato il turismo. Conseguentemente è cresciuto anche il tasso di occupazione – mai così alto da quando sono disponibili i dati, ossia da metà degli anni ’90 – il quale oggi pare somigliare più a quello tedesco che a quello dalla vicina Spagna.

Eppure, come accennato in apertura, la situazione di partenza era tutt’altro che rosea.

Come la Grecia, il Portogallo aveva trascorso il periodo pre-crisi accumulando debiti esteri in una valuta – l’euro – che il Governo non aveva più la possibilità di stampare. Con l’introduzione della moneta unica, infatti, i Paesi membri non potevano più finanziare il proprio debito generando inflazione.

In previsione dell’adesione all’euro, il deficit delle partite correnti del Portogallo era cresciuto da zero a una media dell’8% del PIL nel periodo 1999-2007, con il debito estero che era schizzato al 200% del PIL, soprattutto a causa dell’azione delle banche volta a raccogliere denaro dall’estero per finanziare i mutui dei portoghesi.

L’indebitamento delle famiglie portoghesi era salito da circa il 50% del reddito disponibile nel 1995 a circa il 150% nel 2007. Con la Crisi del debito e la conseguente fuga degli investitori esteri, il Portogallo si era trovato all’improvviso in una posizione di assoluta vulnerabilità, ciò che accade ogni qual volta una piccola economia è eccessivamente esposta al mercato.

Per uscire da questa terribile situazione, il Portogallo non aveva potuto far altro che affidarsi agli aiuti delle istituzioni europee e del Fondo Monetario Internazionale, a patto di accettare le loro indicazioni che, almeno nel breve periodo, avevano finito per strangolare un’economia che, prima ancora della crisi del debito dell’Eurozona, era già di per sé in crisi.

È da questa storia di successo, da questo rifiuto, poi rivelatosi vincente – almeno nel breve periodo – a sottostare alle indicazioni di organismi sovranazionali che è nato nel nostro Paese e non solo, il partito de “Importiamo il modello portoghese!“; del resto, quando si parla di provincialismo, noi italiani non siamo secondi a nessuno.

Successe qualcosa di analogo con la Spagna di Zapatero – ne parlai nell’articolo “Il caso Spagna, quando austerità fa rima con serietà”, altri si spinsero persino a vedere come esempio il Venezuela di Maduro, in entrambi i casi poi si è visto com’è andata a finire e i tanti sostenitori, come accade spesso in queste circostanze, si sono liquefatti.

Ciò che non smetterò mai di scrivere in queste pagine è che non esiste una ricetta unica per rinvigorire un’economia in difficoltà, i Paesi hanno economie diverse, storie diverse, culture diverse, problemi diversi, ridurre tutto a sterili modelli rappresenta sempre un approccio semplicistico ad una realtà assai più complessa.

Altra cosa che non smetterò mai di scrivere è che l’economia ha tempi diversi dalla politica, figuriamoci quando essa è utilizzata a scopri propagandistici, occorre guardare al lungo periodo, risultati pur lusinghieri nel breve possono ingannare gli osservatori, soprattutto se essi hanno poca dimestichezza con la materia.




È indubbio che il colpevole ritardo con cui la BCE ha affrontato la Crisi economica – cominciata con l’esplosione dei mutui subprime negli USA e culminata con quella del debito dell’Eurozona – figlio delle divergenze tra i Paesi cosiddetti falchi – Germania, Finlandia – e Paesi definiti cicala – Paesi mediterranei – sulle ragioni che l’avevano prodotta – inizialmente, una vittoria dei primi sui secondi, da lì la nascita dell’austerity, addirittura in un’accezione espansiva, successivamente, ad una riscossa dei secondi, dopo che ci si è accorti che essa traeva origine essenzialmente da un disavanzo della bilancia commerciale – abbia irrimediabilmente lasciato campo libero a sentimenti nazionalistici e populisti che hanno messo a repentaglio la tenuta dell’Unione.

Il clima di ostilità verso l’establishment ha coinvolto tutti i partiti, persino quelli più europeisti e con essa la semplificazione del concetto di “austerity”, che ha assunto una connotazione del tutto negativa.

Anche qui, si è trattato di un approccio assai semplicistico, austerità ed investimenti in economia non sono dicotomici, possono coesistere, anzi, devono coesistere, allo scopo di sottrarre risorse agli sprechi e concentrarle nei settori che portano ricchezza, tenendo sempre a mente che dietro qualunque taglio, anche il più sacrosanto, ci sono persone, famiglie, che ne hanno beneficiato e per le quali occorre trovare dei correttivi. L’austerità si rende necessaria nel momento in cui hai mal investito le risorse di cui disponevi, non è un vezzo, ma una necessità, del resto, l’economia non è altro che l’impiego razionale di risorse che sono per definizione scarse.

Ma torniamo al Portogallo.

Da quanto si evince dall’analisi esaustiva del Financial Times, il governo lusitano sta ancora finanziando il suo debito ad un tasso di interesse più alto di quanto facesse nel 2010, nonostante il Quantitative easing, e questo ci pone delle perplessità su come il Paese reagirà quando esso cesserà.

Sicuramente il tasso di occupazione ha raggiunto picchi mai visti prima, dal 59,7% del primo trimestre 2013, il nadir della crisi, al 68,3% del terzo trimestre 2017 (fonte: Eurostat), ed ancora meglio è andata per la cosiddetta fascia prime age compresa tra 25 e 54 anni, passata da 73,8% a 83%.

Dietro questo boom ci sarebbe però lo spettro dell’emigrazione dato che, dal 2008 al 2016, a fronte di 340mila persone che hanno lasciato il Portogallo, 220mila ne sono arrivate, con una differenza netta di ben 120mila unità. È chiaro che, se la popolazione si è ridotta – presumibilmente ad espatriare sono stati coloro i quali non riuscivano a trovare lavoro – il tasso di occupazione ne ha positivamente risentito. A riprova di ciò, se si guarda alle ore lavorate, il gap tra oggi ed il 2007 è di circa il 7%.

Portugal Hours Worked

Fonte: Financial Times.

 

Questo non vuol dire che le cose in Portogallo non vadano meglio, chiariamolo subito, vuol dire piuttosto che non è tutto oro ciò che luccica, alcune criticità permangono, le sofferenze bancarie per esempio, i cosiddetti Npl (Non performing loan), senza contare che adesso, complice il quantitative easing, i bilanci delle banche portoghesi sono anche piene di titoli di Stato domestici che, nel caso di una nuova ondata degli spread, metterebbero a repentaglio la tenuta della piccola economia iberica.

Del resto Draghi lo ripete come un mantra ad ogni board della BCE, “I Paesi approfittino del periodo dei tassi zero per fare le riforme”, parafrasando il vecchio adagio secondo cui sarebbe meglio sfruttare i giorni di sole per riparare il tetto.

La ripresa portoghese, come già accennato, più che ad un miglioramento dei conti del Paese, la si deve al turismo, il cui apporto, dal 2008 al 2017, è passato da 6 a 14 miliardi di euro. Altro settore protagonista della crescita portoghese è quello manifatturiero, cresciuto del 40% dal 2008 al 2017, in particolare quello legato all’industria automobilistica spagnola, che ha senza dubbio beneficiato della riduzione del costo del lavoro indotto dalla crisi.

Insomma, c’è poco da copiare dal modello portoghese – come del resto da qualsiasi altro Paese – ciò di cui necessita l’Italia è chiaro a tutti, i nostri politici si preoccupino di realizzarlo con serietà e competenza anziché rubare il lavoro agli economisti.




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*PI(I)GS= Acronimo utilizzato nel corso della “Crisi del debito” da alcuni giornalisti economici per identificare Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna.

 

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