Cina-dazi

Container con destinazione Cina.

La risposta cinese ai dazi di Donald Trump non si è fatta attendere.

A partire dalla giornata di ieri, infatti, la Cina, allo scopo di salvaguardare i propri interessi e bilanciare le perdite causate dalle nuove tariffe americane, ha imposto dazi su 128 prodotti statunitensi, per un valore di 3 miliardi di dollari, i quali, tra l’altro, vanno a colpire uno dei settori più vulnerabili dell’economia americana, quello agricolo.

Tra i prodotti oggetto della nuova politica commerciale cinese ci sono infatti la carne di maiale (+25%), la frutta – mele, mandorle, cocco, banane, ananas, melograno, mango, uva, angurie, ciliegie, fragole, albicocche secche, nocciole, mandorle – il ginseng ed il vino frizzante (15%). Rincari analoghi anche per alluminio ed etanolo.

A subire le maggiori ripercussioni di questa decisione, dunque, saranno gli allevatori e gli agricoltori americani, molti dei quali operano nelle regioni il cui voto fu determinante per l’elezione di Trump nel 2016. Le esportazioni di prodotti agricoli americani verso la Cina, infatti, ammonta a 20 miliardi di dollari, quella della sola industria del maiale, ben 1.1 miliardi! (dati 2017)

E questo dovrebbe essere solo l’inizio.

Trump ha già annunciato nuovi provvedimenti, stavolta su settori a maggior valore aggiunto, a tutela della “proprietà intellettuale”. In Cina, infatti, vige una legge per la quale, se un’azienda estera vuole intraprendere un’attività, è obbligata a scegliere un partner cinese con cui collaborare, il che si traduce in una sorta di spionaggio industriale legalizzato. Insomma, per un’azienda estera, investire in Cina significa perdere il proprio know how, ossia quel complesso di competenze intrinseche ed estrinseche a cui deve il proprio successo.

Un’escalation su questo fronte non è certo ben vista a Wall Street, i cui indici, già scossi in queste settimane dallo scandalo Facebook-Cambridge Analytica, hanno fatto registrare nuove pesanti perdite (Dow Jones -1.92%, Nasdaq -2.74%).




Come se ne esce?

Le scorie della crisi economica, connesse agli effetti collaterali della globalizzazione, hanno determinato l’ascesa in diversi Paesi occidentali di individui che, volendo essere gentili, hanno indubbiamente studiato poco: che i dazi americani avrebbero comportato una risposta cinese era chiaro sin dal principio, così come il fatto che da queste assurde misure protezionistiche, ne escano sconfitti prima di tutto i cittadini, colori i quali questi provvedimenti miravano a difendere.

Del resto, si sa, il populismo ha la sola capacità di nominare i problemi, non certo di risolverli, altrimenti non si definirebbe tale.

Non esistono soluzioni semplicistiche a problemi complessi, è un’espressione che mi piace ripetere spesso, ciò nonostante, le soluzioni complesse vanno ricercate e messe in atto con serietà e competenza.

C’è ben poco da inventarsi.

Il modello di Heckscher-Ohlin, per esempio, uno dei capisaldi dell’economia internazionale, prevede che i Paesi esporteranno i prodotti che utilizzano in maniera più intensiva il fattore di produzione di cui sono più dotati ed importeranno i prodotti intensivi del fattore di cui sono meno dotati, in altri termini, i Paesi ricchi dovrebbero abbandonare le produzioni in cui il fattore lavoro è predominante e concentrarsi su quelle a maggior utilizzo di capitale, e viceversa.

Inutile intestardirsi con il voler trattenere le fabbriche nelle economie di servizi, il costo del lavoro nei Paesi del terzo mondo è inarrivabile per i Paesi occidentali, la concorrenza, dunque, da questo punto di vista, sarà sempre sleale.

Le economie sviluppate devono investire in innovazione tecnologica, non ostinarsi a difendere settori divenuti ormai antieconomici. Lo Stato, in questo scenario, ha il compito di attutire le ripercussioni che questo complesso processo di transizione genererà, sia incentivando investimenti in tecnologia, sia proteggendo quei lavoratori che, per forza di cose, si troveranno disoccupati. Spetta invece alle organizzazioni sovranazionali la tutela dei marchi e delle proprietà intellettuali, in modo che gli investimenti fatti da un’azienda vengano salvaguardati e non siano oggetto di contraffazione.

Mi preme però chiarire un aspetto.

Quanto detto sinora non significa “Mettiamoci tutti a fare app” ma, più genericamente e semplicemente, puntiamo sulla qualità, qualsiasi sia il settore in cui operiamo, è così che si vince la sfida della globalizzazione!

Il protezionismo limita le nostre possibilità di scelta e ci offre prodotti più cari e qualitativamente inferiori, quando lo capiranno i vari Trump e Salvini?

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