Trump-dazi

Il Presidente Trump mostra la propria firma sul provvedimento che introdurrà nuovi dazi su acciaio e alluminio.


Dal 23 marzo prossimo, gli Stati Uniti introdurranno dei dazi su acciaio ed alluminio, per un ammontare, rispettivamente, del 25% e del 10%. Essi vanno ad aggiungersi a quelli sulle importazioni di lavatrici e pannelli solari introdotti lo scorso gennaio.

Questi provvedimenti vanno così a dare parziale compimento a quanto il Presidente Donald Trump aveva promesso in campagna elettorale – nella quale aveva paventato l’introduzione di dazi su ogni genere di merce – allo scopo di proteggere le produzioni americane da quella che l’attuale Amministrazione statunitense ritiene essere concorrenza sleale, proveniente, in particolar modo, dalla Cina.

Da tali dazi, per il momento, vengono esclusi soltanto Messico e Canada, coi quali è in corso la rinegoziazione degli accordi sul Nafta, mentre gli altri partner, a detta di Trump, avranno possibilità, previa richiesta, di esserne esclusi.

Ma quali sono i Paesi con cui maggiormente commerciano gli Stati Uniti e su cui questo, ed altri eventuali provvedimenti futuri, potranno avere ripercussioni?

Osserviamolo insieme dal grafico:

Maggiori Partner USA

                                                        Fonte: Mia elaborazione su dati “World’s Top Export”.

 

Com’è evidente, al netto di Canada e Messico, il terzo partner commerciale degli Stati Uniti è proprio la tanto odiata Cina, a seguire il Giappone, con cui i rapporti diplomatici sono ottimi, alcuni Paesi europei e le maggiori economie in via di sviluppo. L’enorme mole di scambi commerciali con la Cina (130.4 miliardi di $) lascia intendere che l’inizio di una guerra commerciale con Pechino farebbe del male anche agli stessi Stati Uniti.

Ciò che infatti non andrebbe mai sottovalutato nell’introduzione di questo tipo di politiche commerciali sono le risposte che, per forze di cose, gli altri Paesi metteranno a loro volta in atto, l’Unione Europea, per esempio, ha già minacciato di introdurre dazi speculari contro i prodotti importati dagli USA.

Tali comportamenti rischiano di minare la ripresa economica globale e, in special modo, quella dei Paesi che più basano la loro ricchezza sulle esportazioni, incluso il nostro Paese.

Non è un caso quindi che il consigliere economico di Trump, Gary Cohn, uno degli artefici della discussa riforma fiscale – i cui effetti positivi sull’economia statunitense potrebbero essere ridotti da questo provvedimento – si sia dimesso.




Questo comportamento così scontroso del Presidente americano verso il commercio internazionale nasce da uno dei suoi chiodi fissi, abbondantemente emerso nel corso della campagna elettorale, ossia la riduzione dell’enorme deficit commerciale che gli Stati Uniti hanno verso il resto del mondo, il quale, per l’anno 2017, ammonta a $862.7 miliardi di dollari, +8.1% rispetto all’anno precedente.

Nel grafico che segue sono indicati i 10 maggiori Paesi verso cui gli USA scontano tale deficit:

Deficit USA

Fonte: Mia elaborazione su dati “World’s Top Export”.

Cos’è il deficit commerciale? Semplicemente, la differenza negativa tra quanto un Paese esporta e quanto importa.

Ad un saldo della bilancia commerciale negativo consegue un’uscita netta di capitale monetario dalla Nazione ed esso rappresenta uno dei principali fattori di determinazione del tasso di cambio tra le valute.

In linea generale, quindi, avere un surplus commerciale positivo indica un’economia in buona salute.

Quando però, come nel caso degli Stati Uniti, la tua valuta funge anche da “valuta di riserva”, ossia viene utilizzata nei traffici commerciali in ogni parte del globo, far registrare un deficit commerciale non ha sostanziali effetti sulla propria economia, anzi, esso è quasi auspicabile in quanto funge da traino per l’intera economia mondiale.

In fondo è ciò che si lamenta alla Germania, il cui surplus commerciale ha ostacolato la ripresa dell’Eurozona.

Come si evince dal grafico, anche in questo caso la Cina è ai vertici; metà del deficit commerciale degli Stati Uniti è infatti dovuto alla Cina, le cui produzioni a basso costo, evidentemente, solleticano le attenzioni delle aziende ed i cittadini americani. Anche l’Italia, economia pesantemente votata all’export – circa il 25% di quanto produciamo viene esportato – fa registrare un surplus commerciale verso gli Stati Uniti.




Il punto del discorso è che rendere le importazioni più care per effetto dei dazi, finisce per ripercuotersi sul prezzo finale dei prodotti, dunque, sugli stessi cittadini che questa misura mira a proteggere.

La globalizzazione ha spostato le produzioni a minor valore aggiunto verso le aree con costi della manodopera e delle materie prime più bassi, ostinarsi a volerle riportare indietro attraverso l’introduzione di politica commerciali restrittive potrà portare dei benefici dal punto di vista del consenso nel breve periodo, ma non sortirà alcun effetto positivo sul Paese che le introdurrà, tutt’altro, anche se esso è della grandezza degli Stati Uniti. Sarebbe ora che Trump ed i suoi sostenitori se ne facciano una ragione.

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