Jerome-Powell-Federal-Reserve

Jerome Powell, neo Presidente della Federal Reserve.

Nella giornata di ieri si è riunito il board della Fed, il primo dell’era Jerome Powell.

Cominciamo col dire che le perplessità legate all’avvicendamento alla guida della banca centrale americana voluto da Donald Trump, da Janet Yellen a, appunto, Jerome Powell, aveva fatto temere che la Federal Reserve potesse rallentare il suo percorso di normalizzazione dei tassi, piegandosi al volere dell’istrionico Presidente.

Nient’affatto, anzi, Powell ha voluto ribadire l’assoluta indipendenza della Fed dalla Casa Bianca, aggiungendo “Noi non seguiamo il ciclo elettorale: guardiamo con attenzione alle nostre responsabilità, la massima occupazione e la stabilità dei prezzi.”

Ciò significa che non sono da escludere rialzi dei tassi alla vigilia delle elezioni di metà mandato in programma il prossimo novembre, ipotesi sempre poco gradita a chi è in carica.

Non solo, chi auspicava un rallentamento nel rialzo dei tassi rimarrà deluso, al contrario Powell prevede una lieve accelerazione, in quanto “alzare i tassi troppo lentamente farebbe aumentare il rischio che la politica monetaria debba diventare bruscamente restrittiva e questo danneggerebbe l’espansione economica.”




A tal proposito, la nuova era Powell si è aperta con una nuova stretta di 25 punti base che ha portato il costo ufficiale del denaro a 1.50-1.75%, ricordiamo sempre che, a differenza della BCE che opta per un dato puntuale, la Fed preferisce un intervallo di valori.

Le previsioni da questo punto di vista restano invariate per il 2018, nel quale sono previsti altri due rialzi, tali da portare i tassi al 2-2.25%, mentre per il 2019 si prevede un rialzo in più, fino al 3%.

A partire dal 2020, la Fed dovrebbe così modificare il suo orientamento da accomodante a restrittivo, con l’ambizione di tornare alla situazione pre-crisi negli anni a seguire.

 

                         Il grafico descrive l’andamento dei tassi negli USA dal 2008 ad oggi.

Per lo stesso anno si prevede un tasso di inflazione finalmente al 2% – uno dei dogmi dell’attuale politica economica mondiale –  (2.1% secondo le ultime stime), l’economia infatti sta attraversando la miglior fase da dieci anni secondo il neo Presidente, con il Pil rivisto per il 2018 in rialzo al 2,7% rispetto al 2,5% di dicembre, 2,4% rispetto al 2,1% per il 2019 mentre risulta invariata la stima al 2% per il 2020.

Il tasso di disoccupazione, inoltre, potrebbe calare nel 2019 e nel 2020 al 3,6%, dall’attuale 4,1%.

Ciò però, almeno per il momento, non ha avuto ripercussioni salariali – bassa disoccupazione genera un aumento dei salari, dunque dell’inflazione – confermando le perplessità sull’attuale validità della curva di Phillips.

Infine, secondo Powell, non è ancora possibile stimare l’apporto che avrà la riforma fiscale di Trump, stesso discorso sui dazi anche se, su questi ultimi, le perplessità sono elevate.




Insomma, nonostante il cambio al vertice, la Fed non sembra aver cambiato la propria strategia e questo e senza dubbio un bene per l’economia mondiale.

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