Michel-Barnier

Michel Barnier, capo della Commissione responsabile dei negoziati su Brexit.

L’accordo sottoscritto da UE e Regno Unito lo scorso 8 dicembre sembrava aver concluso la fase 1 dei negoziati su Brexit, quella relativa al “divorzio”, gettando le basi affinché le parti potessero finalmente lasciarsi alle spalle le annose discussioni degli ultimi mesi e concentrarsi sulla stesura di un nuovo accordo sui futuri rapporti tra Bruxelles e Londra.

Niente di tutto questo!

A quanto pare, il successo di quell’accordo era figlio dell’ambiguità, in quanto, come descritto negli ultimi miei articoli a tema Brexit, alcuni temi sembravano essere stati trattati distrattamente, con superficialità.

Si era quindi pensato che Theresa May, ansiosa di passare alla fase 2, avesse accettato ogni condizione; oggi, invece, si scopre che, in realtà, passi avanti non ne erano stati fatti.

La bozza di quell’accordo, presentata stamattina dal capo negoziatore europeo Michel Barnier – un documento che ha valore legale e che dovrà essere sottoscritto da tutti i Paesi membri –  sancisce infatti  la permanenza dell’Irlanda del Nord – membro del Regno Unito – nell’unione doganale e il ruolo di supervisione per la Corte di Giustizia Europea nell’interpretazione dell’intesa.

Tali proposte sono viste come irricevibili da parte del Regno Unito, il quale vedrebbe una parte del suo territorio, l’Irlanda del Nord appunto, di fatto annessa all’Unione Europea, un’ipotesi che a detta degli inglesi minerebbe la tenuta costituzionale del Paese.




A rendere la situazione ancor più complessa c’è l’esito delle elezioni del giugno scorso, una vera debacle per la Premier Theresa May, la quale indì quella consultazione popolare a sorpresa con la speranza di ottenere un maggioranza parlamentare più ampia e, di conseguenza, maggiore autorevolezza nella trattativa su Brexit.

In quell’occasione, la May non solo ne uscì indebolita, ma trovò come unico appiglio alla formazione di un nuovo governo il partito unionista nord-irlandese del Dup, proprio il partito che più di ogni altro rifiuta categoricamente la soluzione prospettata dall’Unione Europea. Il loro leader, Nigel Dodds, sostiene infatti che l’UE con questa mossa voglia annettere l’Irlanda del Nord.

Intanto, i ben informati ci parlano di un Jeremy Corbyn, il leader del partito laburista, quello che nelle ultime elezioni ha fatto segnare i progressi più ampi, seduto lungo le rive del Tamigi in attesa che il cadavere della May passi: con lui al potere, la Brexit sarebbe più soft, in quanto accetterebbe di buon grado la permanenza del Regno Unito nell’unione doganale.




Vedremo come la situazione evolverà, come ha ricordato Barnier alla stampa “Il tempo stringe” e le questioni che sembravano risolte sono ben lontane dall’esserlo – non scordiamo la questione Gibilterra, altro oggetto del contendere – tra tre settimane ci sarà il prossimo summit dell’UE nel quale i leader dovrebbero approvare la fase di transizione che sposterebbe virtualmente la Brexit da marzo 2019 a dicembre 2020, sempre che gli ultimi avvenimenti non facciano loro cambiare idea.

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