Jeff-Bezos CEO Amazon

Il CEO di Amazon, Jeff Bezos.

Lo confesso, sono un affezionato cliente Amazon.

E chi non lo è? Se si ha un minimo di dimestichezza con il computer e con i pagamenti elettronici, è praticamente impossibile scappare dalla rete intessuta dal suo creatore, Jeff Bezos: un assortimento di prodotti sconfinato, in continua espansione, prezzi vantaggiosi e assistenza post-vendita eccellente.

Inoltre, chi ha un blog o un sito web, grazie al suo famoso programma di affiliazione, può persino provare a monetizzare il proprio impegno: potrei citare decine di siti che si reggono quasi esclusivamente sui banner di Amazon.

Cosa desiderare di più?

Si sa, però, non è tutto oro ciò che luccica, Amazon ha anche un lato oscuro che, se avrai la pazienza di leggere questo articolo, proverò a spiegarti; e no, non mi riferisco alle denunce sulle condizioni di lavoro dei suoi dipendenti, già oggetto di numerose inchieste giornalistiche.

Nata nel 1994 come negozio online di libri, oggi Amazon è un’azienda che opera a tutto tondo: non solo nella vendita al dettaglio, dove offre prodotti di qualsiasi settore merceologico, dai pannolini ai ricambi per auto, ma è anche un produttore di hardware (Es. Kindle e i tablet Fire), di servizi cloud (Amazon Cloud) e di streaming (Amazon Music Unlimited e Video); negli ultimi mesi ha anche lanciato un proprio assistente virtuale, Alexa.

La sensazione è che non esista settore nel quale Amazon non possa inserirsi con successo: le ultime indiscrezioni ci parlano del colosso di Seattle intenzionato ad entrare nel settore della logistica, allo scopo di fare a meno dei tanti corrieri di cui l’azienda oggi si serve per le proprie spedizioni.

Si stima che lo scorso anno essa abbia venduto online sei volte più di Walmart, Target, Best Buy, Nordstrom, Home Depot, Macy’s, Kohl’s e Costco messi insieme.




Nonostante ciò, Amazon non fa praticamente utili.

Gli unici profitti, per altro minimi, del colosso dell’e-commerce derivano da Amazon web services, ossia dall’affitto di server online – tra i suoi clienti annovera colossi del calibro di Netflix, Dropbox, Pinterest e persino il governo federale degli Stati Uniti – e non da quello che tutti le riconosciamo come core business: le vendite retail.

Eppure, la creatura di Jeff Bezos continua ad espandersi.

L’ultima acquisizione, quella della catena di cibo biologico Whole Foods Market, costata ben 13.7 miliardi di dollari, permetterà al colosso di Seattle di entrare in un mercato, quello dell’alimentare, a lungo sognato – basti pensare all’introduzione dei negozi Amazon Fresh a Seattle – valutato ben 700 miliardi di dollari.

In precedenza, a cedere alle lusinghe di Amazon, volendo citare soltanto le acquisizioni più onerose, erano stati:

Zappos. Il più grande e-commerce di calzature, costato 1.2 miliardi di dollari.

Twitch. Azienda di live-streaming di videogiochi, acquistata per 970 milioni di dollari, superando la concorrenza di Google.

Kiva Systems. 775 milioni, azienda specializzata in robotica al servizio della logistica.

Suoq. L’“Amazon del Medio Oriente”, per la quale si stima che Amazon abbia sborsato circa 650 milioni di dollari.

Si vocifera che la prossima preda di Amazon sarà Slack, un’app che si prefigge di agevolare la collaborazione all’interno di un gruppo di lavoro, per la quale il colosso di Seattle sarebbe disposto a mettere sul piatto 9 miliardi di dollari.




Di norma, l’indomani di un’acquisizione onerosa, il valore in borsa di un’azienda tende a calare, con Amazon, invece, succede l’esatto contrario!

Ad un’ora dall’annuncio dell’acquisizione di Whole Foods Market, le azioni di Amazon erano cresciute del 3%, l’equivalente di 14 miliardi di dollari, consentendo a Bezos di aggiungere un importante asset alla sua azienda senza dover sborsare neppure un dollaro.

Perché ciò accade?

I mercati, molto prima della politica, hanno compreso l’enorme potere economico raggiunto dall’azienda.

Amazon è di fatto un monopolio, un monopolio sui generis, assai distante da quello che si studia nei libri di microeconomia, in quanto alla posizione dominante non segue un aumento dei prezzi, ma pur sempre un monopolio.

È proprio questa sua atipicità ad aver di fatto impedito, almeno sinora, alle autorità vigilanti di porvi rimedio. Donald Trump, sia nel corso delle ultime elezioni, sia dopo essere stato eletto alla Casa Bianca, ha più volte attaccato Amazon, abbracciando la tesi, per altro fortemente diffusa, che l’agire della società di Bezos abbia danneggiato, e continui a danneggiare, i piccoli negozianti, con risvolti negativi tanto sul fronte occupazionale, quanto su quello delle entrate fiscali.

Trump-tweet-Amazon

Al netto di Twitter, social per il quale il Presidente USA sembra avere una profonda predilezione, nulla di concreto è stato finora fatto.

Lo schema ha un andamento ricorsivo, funziona più o meno così.

Bezos fa una grossa promessa che raccoglie il supporto degli investitori; con il denaro raccolto, Amazon entra in un nuovo mercato, il che fa salire ancora più in alto le prospettive di crescita future dell’azienda, attirando, di conseguenza, nuovi investitori. Ciò, determina un rialzo del prezzo del titolo, convincendo i primi della bontà dell’investimento fatto.

Insomma, è come se, prima di verificare che una promessa sia stata mantenuta, se ne facesse una più grande, così, all’infinito.

Questo ha fatto sì che la capitalizzazione del titolo Amazon – ossia il valore di una singola azione moltiplicata per il loro numero – arrivasse a quota 460 miliardi di dollari, ossia 3.7 volte il suo fatturato.

La chiave di tutto sta nell’enorme sperequazione tra capitalizzazione e fatturato.

<< È un volano che non deve mai smettere di girare, perché trasformerebbe questo “schema Bezos” nel più classico degli “schema Ponzi”: un modello di investimenti fondato su profitti dichiarati ma inesistenti. >> – Pagina 99

Grazie a questo giochino, Jeff Bezos è diventato stabilmente il secondo uomo più ricco del mondo, riuscendo addirittura a scalzare per qualche ora, nel luglio scorso, Bill Gates dalla vetta.

Chi investe in Amazon, in fondo, ritiene che la sua espansione durerà ancora per molto e che, solo in futuro – forse – essa comincerà a monetizzare il proprio enorme business retail, il quale, come ricordato in precedenza, ad oggi non produce utili.

E senza utili non ci sono tasse da pagare, con buona pace delle autorità europee.

A differenza di quanto accaduto nel caso Apple-Irlanda, dove la multinazionale californiana fu condannata ad un risarcimento record di 13 miliardi di euro, per aver, nel periodo 2003-2014, beneficiato di un accordo fiscale illegittimo (tax ruling) con l’Irlanda, Amazon, secondo la Commissione Europea, per le medesime motivazioni e per un arco temporale analogo, dovrà sborsare al Lussemburgo, Paese scelto da Bezos come suo quartier generale in Europa, “soltanto” 250 milioni di euro.

La cosa divertente della faccenda è che l’Irlanda, ad oggi, non si è ancora attivata per ottenere il maltolto, anzi, quel denaro neppure lo vuole, dato che è proprio grazie a questi accordi giudicati illegali che la repubblica irlandese, dopo gli anni di Crisi – ricordiamo che la “I” di PIGS stava per Irlanda – ha potuto attirare gli investimenti di Apple e delle altre big dell’hi-tech, con grossi benefici sul fronte occupazionale. E probabilmente farà lo stesso il Lussemburgo, guidato, all’epoca degli accordi, addirittura dall’attuale Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker.

Insomma, le multinazionali – ed Amazon ne rappresenta probabilmente la versione più all’avanguardia – in un’entità ancora in costruzione quale è l’Unione Europea, fanno il bello ed il cattivo del tempo, spesso addirittura in accordo con alcuni dei suoi membri.




Ma il giorno in cui il colosso di Seattle dovesse togliere la maschera, cominciando, così, a lucrare dalla sua posizione dominante – innalzando dunque i prezzi e mettendo in atto quanto la teoria economica ci dice circa il monopolio – una valutazione di mercato così alta non avrebbe più ragione di esistere, in poco tempo, finirebbe per allinearsi a quella dei maggiori competitor.

E’ chiaro che gli azionisti Amazon non vogliono che ciò accada.

Le loro partecipazioni, infatti, al suo verificarsi, subirebbero ingenti crolli, dunque, questa enorme bolla creata a Wall Street è destinata a crescere ancora a lungo.

Un modo per mettersi al riparo?

Nel frattempo, il Washington Post, la storica testata d’inchiesta statunitense, celebre per aver più volte svegliato la coscienza della Nazione, dallo scandalo Watergate ai Pentagon Papers sul Vietnam, fino allo scoop sulla sorveglianza di massa portata avanti dall’NSA, nel 2013 è passato a Jeff Bezos, il quale lo acquistò – stavolta non servendosi di Amazon, ma attingendo al proprio patrimonio personale – per 250 milioni di dollari in contanti, una cifra considerata dagli osservatori ridicola, ma figlia delle difficoltà dei Graham, editori da quattro generazioni della testata.

I dati dicono che è stata l’ennesima operazione di successo di Bezos.

La virata mobile-oriented a cui il fondatore di Amazon ha sottoposto il giornale ha riportato in tre anni il “Post” a macinare profitti; col senno di poi, mi viene da pensare che questa mossa, la quale ha visto per la prima volta Bezos nelle vesti di editore, sia stata anche il frutto di una precisa strategia volta a tenersi buono quel giornalismo d’inchiesta che ha spesse volte dimostrato di non far sconti a nessuno, figuriamoci ad uno dei Signori della finanza.




Chissà…

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