Ieri si è tenuta la consueta riunione del consiglio direttivo della BCE, la quale, come saprete, ogni sei settimane valuta gli andamenti economici e monetari in modo da assumere le corrette decisioni in materia di politica monetaria.

In particolare, l’esito di questo board aveva sollevato le attenzioni degli addetti ai lavori in quanto l’incremento del tasso di inflazione fatto registrare nell’ultimo periodo, a più riprese sottolineato dai falchi tedeschi, aveva fatto temere un cambiamento della strategia

di politica monetaria della BCE, in particolar modo del quantitative easing, il quale, lo scorso dicembre, aveva subìto un prolungamento sino a fine anno, seppur a volume ridotto, passando da 80 a 60 miliardi di euro al mese.

Ricordiamo, infatti, che il principale obiettivo della BCE, se non l’unico, come da mandato, è la stabilità dei prezzi, che si esplica nel mantenimento di un tasso d’inflazione su livelli inferiori ma prossimi al 2 per cento su un orizzonte di medio periodo, capirete che, se raggiunto, il QE non avrebbe più ragione di esistere.

La risposta di Draghi, però, anche stavolta, è stata ineccepibile.

Il n.1 dell’Eurotower, infatti, ha sì rilevato un accelerazione dell’inflazione ma, nel contempo, ha sottolineato quanto essa sia stata “drogata” da due componenti volatili, quella dell’energia e dell’alimentare, e che quindi, al netto di esse, l’aumento dei prezzi resti in realtà contenuto.

Dunque, seppur le stime di crescita dell’inflazione siano viste in rialzo per i prossimi due anni (da 1.3% a 1.7% nel 2017 e da 1.5% a 1.6%, invariata invece quella per il 2019 all’1.7%), la BCE resta prudente, probabilmente memore del 2008 e del 2011, quando il predecessore di Draghi, Jean-Claude Trichet, dovette fare marcia indietro sulla stretta monetaria appena intrapresa.

Il 2017 sarà un anno importante per il futuro dell’Eurozona, gli appuntamenti elettorali sono diversi, l’esito di alcuni di essi per altro piuttosto incerto, il fronte euroscettico preme e il 2016 ci ha insegnato che i populismi sono tutt’altro che da sottovalutare; in aggiunta, la Brexit comincia a farsi sempre più reale, le incognite si moltiplicano e la BCE ha il dovere si assumere un comportamento che sia deciso, stabile e, in qualche modo, rassicurante.

A conclusione della conferenza stampa, Mario Draghi ha lanciato un monito: le elezioni non devono essere usate come scusa per rimandare le riforme.

A tal proposito, lo scudo del QE, seppur non messo in discussione nel brevissimo periodo, a dicembre dovrebbe concludersi; esso, insieme ai tassi zero, rappresenta per i Paesi in difficoltà un’opportunità probabilmente irripetibile di convergere.

La convergenza, infatti, resta un punto focale per il futuro dell’Eurozona e non esistono condizioni migliori di quelle attuali per raggiungerla.