Tim-Cook-CEO-Apple

Tim Cook, CEO di Apple.


Non deve essere stata una settimana facile per i vertici di Apple dopo la diffusione dell’ultima trimestrale.

Questi, in sintesi, i dati.
  • Profitti in calo del 22.6% a 10.52 miliardi di dollari.
  • Utili per azione ridotti a 1.90 dollari ad azione contro i 2.33 dello scorso anno.
  • Fatturato a 50.6 miliardi, in calo per la prima volta da 13 anni (-12.7%).
  • Vendite di iPhone in calo del 16%.

Andamento settimanale del titolo Apple presso Wall Street. [Fonte: Msn Money]

Andamento settimanale del titolo Apple a Wall Street. [Fonte: Msn Money]

Tali dati hanno determinato, com’è possibile osservare dal grafico, un calo delle azioni della società di Cupertino di oltre il 10%. Cosa succede allora ad Apple, è l’inizio della fine per l’azienda che più di ogni altra ha rivoluzionato l’hi-tech nell’ultimo decennio?
Ovviamente no, il titolo di questo articolo è volutamente provocatorio, qualsiasi altra azienda al cospetto di questi volumi di vendita e di questi profitti brinderebbe, si tratta però di una prima avvisaglia che a Cupertino farebbero bene a non sottovalutare.

Dunque, proviamo a dare qualche spiegazione.

La prima, che è la stessa addotta dal CEO di Apple, Tim Cook, attiene a difficoltà macroeconomiche, relative soprattutto alla crisi che sta attraversando il mercato cinese, diventato in brevissimo tempo il secondo mercato, dopo quello USA, dell’azienda californiana. Le vendite in quell’area, dopo il boom degli scorsi anni che aveva caratterizzato i dati positivi di un mercato, quello smartphone, ormai saturo in Occidente, ha fatto registrare un pesante -26%, frutto soprattutto dell’avanzare di tanti nuovi produttori cinesi, Oppo e Vivo su tutti, che vanno ad unirsi ai già ottimi risultati fatti registrare da Huawei e Xiaomi. Dunque, il mercato cinese, non solo un mercato di sbocco dalle capacità incredibili, ma ormai anche sede di aziende capaci di crescere in fretta ed imporsi sui mercati internazionali, forti spesso del sostegno dello stesso Governo cinese.




Le difficoltà di Apple nello sfondare in economie in via di sviluppo attiene anche al prezzo dei propri terminali, da sempre fissati molto in alto, spesso molto più in alto degli stessi competitors. Vero che, in tali mercati, si registra una forte domanda di beni di lusso occidentali, ma evidentemente essa non è sufficiente, occorre sfondare anche sulle fasce più basse, ed è proprio per quello che Apple ha presentato la versione SE del proprio iPhone, la quale conserva l’estetica del vecchio 5S, equipaggiandolo però con gran parte delle componenti del 6S.

La questione dimensioni – l’SE torna ad un display da 4″ – può avere un perché in Occidente – una fetta di mercato pare restia ad abbandonare i propri vecchi iPhone per i nuovi con diagonale maggiore – ma è a mio avviso marginale in Oriente, nel quale il trend sembra essere l’esatto opposto, ossia display sempre più grandi: la verità è che iPhone fatica a sfondare in Oriente perché costa troppo. Da qui la scelta di Cupertino, a mio avviso geniale, di lanciare un dispositivo più economico – ma non eccessivamente tale per ragioni di salvaguardia del valore del brand – senza nel contempo intaccare le vendite del suo flagship, l’iPhone 6S. In altre parole, Apple, in Oriente e negli altri Paesi in via di sviluppo, con l’iPhone 5SE non entra in diretta concorrenza con il 6S – chi potrà permettersi quest’ultimo continuerà ad acquistarlo – ma prova ad aprirsi un nuovo mercato, quello fatto di utenti che non hanno mai posseduto lo smartphone di Cupertino. Anche l’idea, da alcuni criticata, di riprendere il vecchio design di 5S è geniale, se infatti il nuovo SE avesse rappresentato un nuovo step da questo punto di vista rispetto al meno recente 6S, è plausibile che un nuovo acquirente avrebbe potuto propendere verso il primo, diminuendo così i guadagni di Apple.

Ma il problema grosso di Apple non sono a mio avviso le vendite in declino di iPhone che, se a Cupertino faranno un buon lavoro con la versione 7 del proprio smartphone, saranno sicuramente rilanciate, quanto il fatto che gran parte delle fortune di quest’azienda derivino da un’unica classe di prodotti, iPhone appunto.

Apple, infatti, in questi anni non è stata in grado di lanciare un prodotto in grado di bissare il successo di iPhone e quindi in grado di raccoglierne l’eredità nel caso in cui le sue vendite tracollino. Infatti, osservando i dati, si evince che le vendite di iPad hanno ormai subito un declino inesorabile sovrastati dai nuovi dispositivi 2 in 1 ( -19% e 10.25 milioni di unità vendute); i Mac, che da sempre detengono una quota marginale in ambito computer, settore per altro anch’esso in calo, hanno fatto registrare un vistoso calo (-9% e 4 milioni di unità vendute), mentre i comparti denominati “Servizi ed altri prodotti” che ingloba, nel primo, per lo più, la nuova piattaforma di streaming Apple Music, e nei secondi, gli iPod, ormai prossimi ad uscire dal mercato, Apple TV, ma soprattutto Apple Watch, fanno finalmente registrare incrementi nell’ordine, rispettivamente, dei 20 e 30 punti percentuali. Dati che appaiono incoraggianti soprattutto per lo smartwatch di Cupertino, di cui però Apple si ostina a non pubblicarne i dati di vendita, nascondendosi dietro ad un mai troppo chiaro “voler non avvantaggiare i competitors”.

La nuova Apple di Cook, a differenza di quella che fu di Jobs, pare più orientata ad alimentare quella magia che è da sempre intrinseca dei prodotti di Cupertino, quella esclusività, quell’essere soprattutto un prodotto di moda, anziché assurgere alla loro funzione principale, quella di servirsi della tecnologia per facilitare la vita delle persone. In aggiunta, in questi anni, Apple è stata particolarmente attenta a tematiche sentite quali il rispetto dell’ambiente ed i diritti delle coppie omosessuali – si ricorderà l’outing dello stesso Tim Cook – rafforzando ancor di più il culto verso la Mela morsicata.

L’impressione, comunque, è che Apple, un tempo artefice di tante innovazioni che poi venivano copiate dalla concorrenza, sia adesso passata al ruolo di follower, accontentandosi di offrire una versione più cool di un qualcosa introdotto già dagli altri, forte del successo che comunque scaturisce da qualsiasi cosa essa produca, spesso anche al di là della qualità stessa dei suoi prodotti. Quanto durerà ancora questo misticismo attorno a questa azienda? Chi può dirlo.

Il mercato, però, seppur appaia in questo momento piuttosto stantio di idee, rappresenta un’entità assai mutevole, la next big thing che un tempo fu iPhone potrebbe lanciarla un altro produttore, occorre vigilare e carpire dove andrà il mercato prima degli altri, ciò in cui fallirono Nokia e BlackBerry. Certo, il mercato adesso è molto più ampio che in passato, quindi anche la caduta di un’azienda con un market share così ampio sarà ben più lenta, ciò nonostante Apple farebbe bene a guardarsi intorno, al di là dei numeri di questa trimestrale.