La debacle della Roma di ieri sera in Champions ha dato il via all’ennesima celebrazione del Barcellona da parte dei media, in me, invece, ha sollevato un interrogativo che mi balena nella testa da qualche anno: ma a voi piace davvero questo calcio? A me sinceramente no, e mi pare di capire che questa sensazione sia comune a parecchi appassionati di calcio e di sport in generale, i veri appassionati.
Sarà che da bambino mi piaceva giocare sempre nella squadra più debole, sarà che per carattere tendo a schierarmi con chi è in difficoltà, ma a me l’andazzo che ha preso il calcio attuale non piace per niente. Sempre più, infatti, si osservano partite che finiscono con goleade senza precedenti, e non mi riferisco ai match tra grandi squadre e provinciali, di quelli la storia è piena, ma di partite che sulla carta dovrebbero svolgersi in equilibrio, quelle avvincenti, quelle che più di tutte ci appassionano ma che ultimamente mi annoiano a morte.
A mio avviso le ragioni di quest’appiattimento sono sostanzialmente due. La prima, attiene alla prepotenza con cui il business si è appropriato del calcio; alcune (poche) squadre hanno budget troppo più alti delle altre, i più potenti uomini d’affari hanno fiutato l’enorme bacino d’utenza che coinvolge questo sport e hanno contribuito ad acuito alla sperequazioni tra i club. In alcuni campionati, non vi è nessuna possibilità di concorrere, e se anche in un’annata un club economicamente debole riesce a competere, grazie all’intuizione di un qualche dirigente il quale riesce ad assicurarsi a basse cifre un talento sfuggito alla concorrenza, state pur certi che l’anno successivo quel calciatore si trasferirà nel club del mecenate di turno a suon di milioni di euro. E’ il caso, per esempio, di Bundesliga e Ligue 1, campionati nei quali Bayern Monaco e Paris Saint German passeggiano sugli avversari. In Spagna, invece, è una lotta a due da sempre: il titolo viene conteso ogni anno da Barcellona e Real Madrid, le quali si spariscono da sole più della metà dei proventi derivanti dai diritti televisivi, per molte società, ancora la più alta fonte di guadagno. L’Atletico Madrid due anni fa, o il Borussia Dortmund di qualche anno fa, sono esempi lampanti di squadre costruite con abilità e saccheggiate l’anno successivo. In queste condizioni, capirete, a vincere è sempre il più ricco, raramente il più bravo. Eppoi, si possono battere tutti i record che vogliamo, segnare caterve di gol, riempire di titoloni i giornali, ai miei occhi queste imprese non appaiono davvero tali: i campioni non si affrontano più tra di loro dando vita ad indimenticabili sfide ma indossano tutti la medesima casacca o quella di pochissime squadre. Questo rende monotono persino la più importante competizione a livello di club, la Champions League: i gironi di qualificazione non hanno più ragione di esistere, si sa già chi passerà il turno, persino gli ottavi o i quarti di finale finiscono in goleada, il tutto si restringe ad un paio di partite davvero sentite ed avvincenti.
La seconda ragione, a mio modo di vedere, responsabile di questa piega presa dal calcio, è il cambiamento dei regolamenti maturato in questi anni: si è deciso di virare verso una maggiore spettacolarizzazione, o presunta tale, che è insita nel momento del gol. Questo si esplica sostanzialmente nell’agevolare il compito agli attaccanti, imponendo sanzioni più rigide nei confronti di chi difende: al primo fallo duro scatta il giallo che condiziona chiaramente la gara dei difensori a cui si susseguono sempre più spesso espulsioni per somma di ammonizioni che valutate singolarmente risultano spesso eccesive. Anche i materiali hanno qualche responsabilità: i nuovi palloni hanno reso le traettorie dei tiri sempre meno battezzabili da parte dei portieri che sono esposti a brutte figure con una maggiore frequenza. Per quanto mi riguarda, non è il numero di gol che rende una partita più o meno bella, anzi, mi pare una tesi che sposa il bisogno di avvicinare un numero ancor maggiore di non appassionati a questo sport, soprattutto oltreoceano, anziché un vero tentativo di rendere il calcio migliore.
Per quanto detto, non è un caso se il campionato più avvincente sia la Premier League. Il campionato inglese, infatti, è quello in cui vi è una suddivisione più equa dei proventi e un calcio più maschio anche se, a mio giudizio, anche lì la nuova interpretazione del regolamento spinge alcune partite verso l’oblìo ben prima di quanto sia auspicabile.
Credo fermamente che il calcio debba essere riformato: per quanto riguarda l’ambito business, il presidente dell’Uefa, Michel Platini, con l’idea del Financial Fair Play sembrava voler arrestare tale deriva ma, tale meccanismo è sembrato sin da subito troppo poco stringente e dunque facilmente aggirabile. Sarebbe auspicabile, a mio avviso, ripensare al calcio prendendo spunto dagli sport americani, ricchi come, se non più, del calcio, ma con un sistema di draft e tetti di spesa che pone tutti i partecipanti sullo stesso piano. Ne va del futuro del calcio, altrimenti la disaffezione verso questo sport sarà costante, che emozione darebbe tifare per una squadra che vince sempre o per una che non vince mai?
E a voi? A voi piace questo calcio? Scrivetelo qui se ne avete voglia.





