Nov 25, 2015 | Sport
La debacle della Roma di ieri sera in Champions ha dato il via all’ennesima celebrazione del Barcellona da parte dei media, in me, invece, ha sollevato un interrogativo che mi balena nella testa da qualche anno: ma a voi piace davvero questo calcio? A me sinceramente no, e mi pare di capire che questa sensazione sia comune a parecchi appassionati di calcio e di sport in generale, i veri appassionati.
Sarà che da bambino mi piaceva giocare sempre nella squadra più debole, sarà che per carattere tendo a schierarmi con chi è in difficoltà, ma a me l’andazzo che ha preso il calcio attuale non piace per niente. Sempre più, infatti, si osservano partite che finiscono con goleade senza precedenti, e non mi riferisco ai match tra grandi squadre e provinciali, di quelli la storia è piena, ma di partite che sulla carta dovrebbero svolgersi in equilibrio, quelle avvincenti, quelle che più di tutte ci appassionano ma che ultimamente mi annoiano a morte.
A mio avviso le ragioni di quest’appiattimento sono sostanzialmente due. La prima, attiene alla prepotenza con cui il business si è appropriato del calcio; alcune (poche) squadre hanno budget troppo più alti delle altre, i più potenti uomini d’affari hanno fiutato l’enorme bacino d’utenza che coinvolge questo sport e hanno contribuito ad acuito alla sperequazioni tra i club. In alcuni campionati, non vi è nessuna possibilità di concorrere, e se anche in un’annata un club economicamente debole riesce a competere, grazie all’intuizione di un qualche dirigente il quale riesce ad assicurarsi a basse cifre un talento sfuggito alla concorrenza, state pur certi che l’anno successivo quel calciatore si trasferirà nel club del mecenate di turno a suon di milioni di euro. E’ il caso, per esempio, di Bundesliga e Ligue 1, campionati nei quali Bayern Monaco e Paris Saint German passeggiano sugli avversari. In Spagna, invece, è una lotta a due da sempre: il titolo viene conteso ogni anno da Barcellona e Real Madrid, le quali si spariscono da sole più della metà dei proventi derivanti dai diritti televisivi, per molte società, ancora la più alta fonte di guadagno. L’Atletico Madrid due anni fa, o il Borussia Dortmund di qualche anno fa, sono esempi lampanti di squadre costruite con abilità e saccheggiate l’anno successivo. In queste condizioni, capirete, a vincere è sempre il più ricco, raramente il più bravo. Eppoi, si possono battere tutti i record che vogliamo, segnare caterve di gol, riempire di titoloni i giornali, ai miei occhi queste imprese non appaiono davvero tali: i campioni non si affrontano più tra di loro dando vita ad indimenticabili sfide ma indossano tutti la medesima casacca o quella di pochissime squadre. Questo rende monotono persino la più importante competizione a livello di club, la Champions League: i gironi di qualificazione non hanno più ragione di esistere, si sa già chi passerà il turno, persino gli ottavi o i quarti di finale finiscono in goleada, il tutto si restringe ad un paio di partite davvero sentite ed avvincenti.
La seconda ragione, a mio modo di vedere, responsabile di questa piega presa dal calcio, è il cambiamento dei regolamenti maturato in questi anni: si è deciso di virare verso una maggiore spettacolarizzazione, o presunta tale, che è insita nel momento del gol. Questo si esplica sostanzialmente nell’agevolare il compito agli attaccanti, imponendo sanzioni più rigide nei confronti di chi difende: al primo fallo duro scatta il giallo che condiziona chiaramente la gara dei difensori a cui si susseguono sempre più spesso espulsioni per somma di ammonizioni che valutate singolarmente risultano spesso eccesive. Anche i materiali hanno qualche responsabilità: i nuovi palloni hanno reso le traettorie dei tiri sempre meno battezzabili da parte dei portieri che sono esposti a brutte figure con una maggiore frequenza. Per quanto mi riguarda, non è il numero di gol che rende una partita più o meno bella, anzi, mi pare una tesi che sposa il bisogno di avvicinare un numero ancor maggiore di non appassionati a questo sport, soprattutto oltreoceano, anziché un vero tentativo di rendere il calcio migliore.
Per quanto detto, non è un caso se il campionato più avvincente sia la Premier League. Il campionato inglese, infatti, è quello in cui vi è una suddivisione più equa dei proventi e un calcio più maschio anche se, a mio giudizio, anche lì la nuova interpretazione del regolamento spinge alcune partite verso l’oblìo ben prima di quanto sia auspicabile.
Credo fermamente che il calcio debba essere riformato: per quanto riguarda l’ambito business, il presidente dell’Uefa, Michel Platini, con l’idea del Financial Fair Play sembrava voler arrestare tale deriva ma, tale meccanismo è sembrato sin da subito troppo poco stringente e dunque facilmente aggirabile. Sarebbe auspicabile, a mio avviso, ripensare al calcio prendendo spunto dagli sport americani, ricchi come, se non più, del calcio, ma con un sistema di draft e tetti di spesa che pone tutti i partecipanti sullo stesso piano. Ne va del futuro del calcio, altrimenti la disaffezione verso questo sport sarà costante, che emozione darebbe tifare per una squadra che vince sempre o per una che non vince mai?
E a voi? A voi piace questo calcio? Scrivetelo qui se ne avete voglia.

Suarez, Neymar e Messi festeggiano l’ennesimo successo del Barcellona.
Mag 14, 2015 | Sport
Sarebbe facile, anzi, mica tanto, vista la mia avversione verso la Juventus, incensare l’impresa compiuta ieri sera dagli uomini di Max Allegri al Santiago Bernabeu. Aldilà della mia diversa fede calcistica, quando parlo di calcio, mi piace affrontare l’argomento in un modo che esula dal tifo, in quanto prima ancora che tifoso del Milan, mi ritengo un appassionato di calcio.
Premesso ciò, credo che ci siano una serie di considerazioni da fare.
La prima, a mio avviso, ha a che vedere con i diversi stimoli che le due squadre avevano, soprattutto per quanto concerne la gara di andata. Sembra assurdo parlare di mancanza di stimoli al cospetto di una semifinale di Champions, se però osserviamo i dati o disponiamo di una discreta memoria, scopriamo che il Real era alla quinta semifinale consecutiva e veniva dallo storico successo della Décima appena un anno fa. Persino i tifosi delle merengues hanno mostrato un interesse tiepido con la Casa Blanca costretta a restituire circa 1200 tagliandi per il match d’andata allo Juventus Stadium.
Al contrario la Juve non disputava una semifinale dal 12 anni, occasione in cui la squadra allora allenata da Marcello Lippi sfiorò il successo battuta ai rigori dal Milan. Se invece guardiamo all’ultima vittoria, bisogna tornare indietro alla stagione 95/96, 19 anni fa, in quell’occasione i rigori sorrisero ai bianconeri che si imposero nella finale di Roma sull’Ajax.
Capirete che sul piano degli stimoli non c’era partita e la disponibilità al sacrificio, a certi livelli conta, eccome se conta.
Una seconda considerazione va fatta dal punto di vista tattico. In molti hanno denunciato un Real sfilacciato dimostrando di seguire poco il calcio internazionale; si sa, in questo noi italiani siamo molto autoreferenziali, ci sono ancora milioni di persone in questo Paese che ritengono il nostro campionato il più duro e persino il più difficile e bello. Dico questo perché Il Real ha dovuto rinunciare per gran parte di questa stagione, compresa la doppia sfida alla Juve, a Luka Modrić, vero metronomo del centrocampo madridista e collante delle due fasi. Senza il suo ordine e le sue geometrie, il Real è apparso molto slegato tra i reparti, poco rapido nel rintanarsi quando c’era da difendere e meno capace del solito nel rifornire in velocità, e con giusti palloni, i fuoriclasse assoluti che ha davanti. Certo, quando si ha la disponibilità economica e la rosa del Real sembrerebbe bislacco nascondere un insuccesso dietro un’assenza, va però ricordato che in una squadra strapiena di talento ma probabilmente assemblata male, l’assenza di un cucitore di gioco, un uomo che tenga la squadra più corta e che faccia da collante tra difesa ed attacco è ben più importante dell’assenza di qualsiasi altro dei talenti in campo, CR7 escluso.
Sicuramente poi alcune scelte di Carlo Ancelotti non hanno convinto, su tutte quella di schierare Sergio Ramos nella gara d’andata in mezzo al campo. Questo, a mio avviso, è sintomo di una divergenza di vedute tra Florentino Perez ed il mister italiano. L’impressione è che Perez abbia due chiodi fissi: quello di prendere il campione di turno ogni anno, infischiandosene delle reali esigenze della squadra, e quello di rendere il Real più spagnolo, seguendo la strada tracciata dal Barcellona.
Il primo capriccio ha portato agli arrivi negli ultimi anni di Gareth Bale, sacrificando Mesuth Özil, finito all’Arsenal, e quello di James Rodriguez che ha preso il posto di Ángel Di María, accasatosi al Manchester United. Riguardo Bale, l’impressione è che giochi troppo avanti e che ciò gli impedisca di sprigionare la sua immensa progressione, insomma, è come se gli avessero tarpato le ali. Riguardo James Rodriguez, invece, la mia impressione è che il suo modo di far calcio cocci con quello di Cristiano Ronaldo, leader tecnico e carismatico della squadra: il colombiano, talento eccellente, è un 10 vecchia scuola, ossia tanta tecnica ma scarsa progressione, a mio modo di vedere Di Maria era un calciatore più adatto per questo Real, persino quando veniva schierato a centrocampo. Diciamo che è un errore che Florentino Perez commise anche all’epoca dei galácticos, dove si rifiutava categoricamente di prendere difensori di livello preferendogli l’ennesimo talento da schierare sulla trequarti. Per gli esteti del calcio, così così per gli uffici marketing, le scelte di Perez fanno sognare, peccato si rischi di tanto in tanto di svegliarsi tutti sudati in preda al panico. Fanno sorridere poi i rimpianti della stampa spagnola su Morata, il talento spagnolo in questo Real non giocherebbe mai, così come non giocherebbe praticamente nessuno dell’attuale rosa della Juve, il problema non sono certamente il livello dei calciatori in rosa.
Il secondo capriccio di Perez, come dicevo, attiene al rendere più spagnolo il suo Real. Florentino dovrebbe capire che i veri artefici dei successi della Spagna campione del mondo e d’Europa o hanno la maglia blaugrana, o sono ad oggi copie sbiadite di quello che furono. Mi riferisco essenzialmente a Casillas, anche ieri non impeccabile nell’occasione del gol di Morata e protagonista di una stagione tutt’altro che memorabile. Capisco la riconoscenza, ma una squadra come il Real non può permettersi un portiere del genere, non scordiamo che lo stesso portiere 12 mesi fa, con una sua papera, stava per regalare la coppa agli acerrimi nemici dell’Atletico. Inutile dire, poi, che l’aver regalato Diego Lopez al Milan, anch’egli spagnolo ma poco in vista sia dai media che dagli addetti ai lavori, sia stato un errore da dilettante, soprattutto se per sostituirlo è arrivato Keylor Navas, discreto portiere contraddistintosi al mondiale per parate più figlie della fortuna che del talento. Il sogno di rendere più spagnolo il Real porta in dote anche calciatori come Carvajal, resosi protagonista all’andata dello stupido fallo da rigore su Tevez, prodotto della Cantera del Real, il Real Madrid Castilla, che anche il prossimo anno giocherà in Segunda B, ossia l’equivalente della nostra Serie C italiana, nonostante investimenti a sei zeri, o come Illarramendi, prelevato dalla Real Sociedad due estati fa per 39 milioni di euro, mai giustificati dalle sue prestazioni in campo, al punto da preferirgli un difensore come Sergio Ramos nel suo ruolo naturale.
In questi errori di valutazione credo abbia influito il profilo aziendalista di Ancelotti, uno che non si è mai fatto comprare i calciatori dal presidente di turno puntando i piedi, insomma, non un Mourinho o un Mancini. Ricordo che alla prima stagione al Chelsea, dichiarò che non gli serviva nessuno, la squadra era buona così, suscitando lo stupore dei media e di Abramovich; quella squadra, in Inghilterra vinse il double, tanto per ricordarlo.
Infine, non va a mio avviso trascurato il fato. Odio parlare di cabala, l’esoterismo mi affascina ma rapportato al calcio quasi mi infastidisce, preferisco dare una qualche logicità alle cose anche se la notte di Istanbul mi ha insegnato, ahimè, che non a tutto può essere data una spiegazione. Ieri si è parlato di una Juve che se l’è giocata alla pari e che ha avuto anche grandi chance di vincere. Riguardando la partita però si può evincere che nel primo tempo il Real ha avuto sei palle gol nitide contro le zero della Juve e che nel secondo tempo, le due uniche e vere occasioni della Juve, quelle di Marchisio e Pogba, alternate alle numerose opportunità delle merengues, sono arrivate dopo il pareggio bianconero, viziato, tra l’altro, da un fallo di Chiellini su Casillas, ossia quando il Real si è lanciato disperatamente in avanti per portare la partita almeno ai supplementari. Va dato atto alla Juve di essersi difesa bene, ma il Real deve prima di tutto rimproverarsi delle tante occasioni sciupate. Continuando con la cabala, è probabile che il Real abbia pagato dazio dopo il rocambolesco finale di partita della finale dello scorso anno, scusate il gioco di parole, che gli permise di conquistare la sua decima Coppa Campioni della propria storia.
L’arbitraggio, infine, è stato di buon livello, manca probabilmente un secondo rigore al Real per fallo sul Chicharito Hernández ma nel complesso la prestazione offerta da Eriksson è stata senza dubbio superiore a quanto mostrato da Atkinson, resosi protagonista all’andata di diverse interpretazioni contestabili da ambo le parti.
Appuntamento allora a Berlino per 6 Giugno, dove il Barcellona di Messi, Suarez e Neymar sfiderà la Juve in un match che appare, anche stavolta, senza storia. Alla squadra di Allegri l’onere e l’onore di dimostrare di non essere arrivati lì quasi per caso, grazie ad un’urna mai così utilizzata (In passato i sorteggi erano stati effettuati soltanto per gli ottavi ed i quarti) nel corso di un’edizione della Champions.


Due foto emblematiche della notte di Madrid: in alto la delusione di Cristiano Ronaldo, in basso la corsa della Juve sotto la curva per ringraziare i tifosi.
Ott 30, 2014 | Sport
Se è vero che assegnare un premio all’unanimità sia difficile, lo è certamente meno scegliere una rosa di papabili dalla quale poi attingere il nome del vincitore; in questo caso, infatti, c’è la possibilità di far contenti un po’ tutti, soprattutto quando i parametri su cui si basa la valutazione sono piuttosto aleatori.
Chiunque abbia letto la lista dei 23 candidati al pallone d’oro avrà storto il naso alla lettura del francese Pogba, talento della Juventus, che ad oggi ha alternato qualche buona prestazione ad altre piuttosto incolore; intendiamoci, ciò è fisiologico in un ventenne, la continuità si acquista con l’esperienza, il ragazzo ha indubbie qualità e certamente si farà, ma, inserirlo oggi in una lista così prestigiosa, lascia quantomeno perplessi.
È pur vero che questo premio ha sempre fatto discutere, soprattutto per l’assenza di parametri oggettivi di valutazione: va votato chi ha fatto meglio nell’ultima stagione? va votato il miglior calciatore in assoluto? chi ha vinto di più con la propria squadra? deve essere un premio alla carriera? Non è dato saperlo, ed il bello è che neppure i giurati stessi lo sanno.
Il punto comunque è che, qualsiasi siano i parametri scelti, Pogba in quella lista non dovrebbe esserci mai! La Juventus nell’ultima Champions venne eliminata ai gironi dai turchi del Galatasaray e il talento francese non ha neppure ancora segnato un gol nella massima competizione continentale.
Dando uno sguardo alla lista, volendo valutare l’ultima stagione, fa sorridere l’assenza di molti calciatori dell’Atletico Madrid, protagonista di un’annata sorprendente oltre che esaltante, che ha visto la squadra allenata dal Cholo Simeone, trionfare in Liga e in vantaggio fino a pochi minuti dalla fine, nella finale di Champions, poi vinta dal Real. Volendo inserire nel computo il Mondiale, sorprende l’assenza di Higuain o Aguero, finalisti con l’Argentina, o quella di Sami Khedira, l’unico ad aver vinto sia la Champions che il Mondiale nella passata stagione. Se invece si fosse voluto valutare il talento, aldilà del rendimento stagionale, impossibile non trovare nella rosa dei 23, calciatori del calibro di Robin Van Persie, Wayne Rooney, Robin Lewandowsky o Radamel Falcao. La scelta che però più lascia basiti è l’assenza della scarpa d’oro Luis Suarez, colui che nella scorsa stagione è stato in grado di fare più gol di Ronaldo e Messi, tirando meno rigori e, soprattutto, giocando meno partite, in un campionato, la Premier, sicuramente più impegnativo della Liga spagnola. E poco importa se nell’ultima rassegna mondiale si sia reso protagonista di un episodio discutibile, il famoso morso a Chiellini, in occasione di Italia vs Uruguay, ciò magari gli avrebbe negato la vittoria finale del premio, non certamente la presenza nei 23 che se lo contenderanno. Nel 2006, il francese Zidane, protagonista di un Mondiale sontuoso, a causa della celeberrima testata a Materazzi dovette accontentarsi sì del quinto posto, ma non fu certamente trattato da appestato! Eppure quell’episodio ebbe una rilevanza mediatica ancora superiore visto che si trattava della finale dei mondiali, non di una partita del girone eliminatorio.
Che c’entri allora la solita autoreferenzialità francese, quella stessa autoreferenzialità che li induce a tradurre qualsiasi parola estera, o almeno cambiarne la pronuncia, pur di difendere la propria lingua? Non scordiamoci infatti che il cosiddetto “Ballon d’Or” è assegnato dalla rivista francese France Football e che solo negli ultimi anni è stata affiancato dalla Fifa. Se a questo poi aggiungiamo che a capo della principale confederazione associata alla Fifa, cioè la Uefa, c’è il francese Michel Platini, quello che prima poteva sembrare un dubbio, assume sempre più i contorni di una certezza.
Allora, cugini francesi, sapete cosa c’è? Questo Pallone d’Oro tenetevelo per voi, chi ama il calcio non se ne fa nulla di un premio nel cui albo d’oro figurano i nomi di Blochin, Summer e Owen e non quelli di Maradona, Pelè e Baresi.
Di seguito la lista dei 23 calciatori in lizza per il Pallone d’Oro:
Gareth Bale (Galles), Karim Benzema (Francia), Diego Costa (Spagna), Thibaut Courtois (Belgio), Cristiano Ronaldo (Portogallo), Angel Di Maria ( ), Mario Goetze (Germania), Eden Hazard (Belgio), Zlatan Ibrahimovic (Svezia), Andres Iniesta (Spagna), Toni Kroos (Germania), Philipp Lahm (Germania), Javier Mascherano (Argentina), Lionel Messi (Argentina), Thomas Mueller (Germania), Manuel Neuer (Germania), Neymar (Brasile), Paul Pogba (Francia), Sergio Ramos (Spagna), Arjen Robben (Olanda), James Rodriguez (Colombia), Bastian Schweinsteiger (Germania), Yaya Toure (Costa d’Avorio).
Ott 24, 2014 | Sport
Con le dimissioni di Massimo Moratti dalla presidenza onoraria dell’Inter, il calcio italiano perde un altro dei mecenati che hanno contribuito, con la propria passione, ma, soprattutto, con le proprie tasche, a fare grande il calcio italiano. In realtà ciò era già avvenuto, formalmente, mesi orsono con il passaggio di consegne delle quote di maggioranza della società all’imprenditore indonesiano Erick Thohir, ma, a mio avviso, l’addio consumatosi nella giornata di ieri, ha un significato ben più importante, in quanto mette un punto sulla passione di un uomo, ben più importante di qualsiasi cessione di quota azionaria e relativo esborso economico.
Il nostro calcio perde, prima di tutto, una persona per bene, una persona che ha sì sbagliato tanto, ma a cui va dato atto di aver sempre anteposto la passione agli affari, qualità che cozza profondamente con la concezione di calcio moderno, quel calcio moderno che calpesta storia e colori, quel calcio moderno in cui sembra non esserci spazio per il romanticismo e per la passione, quel calcio moderno in cui il vil denaro viene prima di ogni cosa.
I motivi che hanno spinto Moratti a questa dolorosa, e sicuramente non facile, decisione non sono ancora ben chiari, in quanto l’ormai ex Presidente, braccato dai cronisti, si è trincerato dietro un “poi capirete perché”; in realtà ci sarebbe ben poco da capire: Moratti non avrebbe digerito le parole, prima del tecnico Mazzarri, il quale alle critiche sulla non esaltante momento dell’Inter aveva replicato con un irrispettoso “Non perdo energie per rispondergli”, poi del CEO Bolingbroke, il quale durante l’ultima assemblea dei soci, a seguito di un passivo di 100 milioni, ha, senza troppi giri di parole, addossato le colpe alla precedente gestione, dimenticando che la nuova proprietà ha avuto per mesi sottomano i libri contabili della società e che, se non avesse ritenuto profittevole l’operazione, avrebbe avuto tutte le possibilità di tirarsi indietro.
Tutto ciò, a mio avviso, si sintetizza nella parola “irriconoscenza”; di fronte ad essa, le persone per bene spesso scappano via e, a mio avviso, è proprio ciò che ha fatto Moratti; l’ex presidente nerazzurri, scottato da questo attacco incrociato, ha preferito fare un passo indietro, non avvertendo nella nuova dirigenza quella passione che, come dicevo, guidava il suo agire e quello dei suoi collaboratori.
È probabile che questo nuovo corso dia risultati migliori della passata gestione, se non sportivi, sicuramente dal punto di vista finanziario, ciò non toglie che, da appassionato di sport, preferirò sempre quelle persone che investono nel calcio perché guidati dall’amore verso dei colori, perché magari da bambino il proprio papà portava loro allo stadio a vedere la squadra del cuore, a quelle che, invece, acquistano una società per diversificare il proprio business, monetizzando quella che è prima di tutto una passione, almeno per me.

Ott 21, 2014 | Sport
Se le imprese si verificassero sempre, non si definirebbero tali, non staremmo, per esempio, ancora a ricordare l’epica battaglia delle Termopili del 480 a.c., dove 300 spartani riuscirono a ritardare la corsa dell’esercito di Serse permettendo al popolo greco di non finire sotto l’egemonia persiana.
Una premessa va fatta: le imbarcate nel calcio moderno sono all’ordine del giorno, lo stesso Bayern, pochi mese orsono, fu estromesso dalla Champions con un netto 0-4 ad opera del Real Madrid. A mio avviso, quindi, il risultato, seppur rievochi la serataccia di Manchester, è marginale; ciò che davvero è importante sottolineare è che il divario delle nostre squadre nei confronti delle big europee è ancora ampio, nonostante tv e giornali vogliano farci credere il contrario.
Di errori sicuramente ne sono stati commessi, sia nella preparazione della gara, probabile che si sia peccato di presunzione nel ritenersi all’altezza di questo Bayern, sia nel rettangolo di gioco, nonostante l’approccio, a mio avviso, non sia stato affatto male. Aldilà di questo, la Roma resta un’ottima squadra, gioca un calcio di respiro europeo ma, la rosa giallorossa, se paragonata a quella del Bayern, risulta essere imbarazzatamente inferiore: da un lato, abbiamo buona parte della squadra che ha trionfato agli ultimi Mondiali con l’aggiunta di individualità importantissime, su tutte quella di Arjen Robben, dall’altro, accanto a giocatori di spessore quali Totti, De Rossi e Pjanic, altri sicuramente non all’altezza del massimo palcoscenico europeo quale è la Champions; mi riferisco soprattutto a De Sanctis, colpevole su almeno 3 dei 7 gol incassati, ma anche alla coppia centrale, composta da Yanga Mbiwa, che lo scorso anno faticava a giocare con continuità al Newcastle, e da Manolas, ad oggi “solo” un buon prospetto. Non dimentichiamo, poi, che il miglior difensore della Roma nella passata stagione, Benatia, è stato questa estate ceduto proprio ai bavaresi. Altra cosa che non va dimenticata è che la Roma in questa Champions un’impresa l’aveva già compiuta bloccando il Manchester City nella scorsa giornata, anzi, in quell’occasione il risultato era andato anche stretto ai giallorossi per la mole di gioco espresso. In virtù di quel risultato e dell’incomprensibile pareggio degli inglesi rimediato questo pomeriggio a Mosca, i giochi per la qualificazione restano per i giallorossi apertissimi e, con ogni probabilità, saranno loro stessi artefici del proprio destino nell’ultima giornata, dove la squadra di Garcia ospiterà i campioni d’Inghilterra. Ed anche se dovesse andar male, non si potrà rimproverare nulla a questa squadra che, dopo anni bui, è tornata ad essere grande. Un plauso, infine, va fatto all’encomiabile supporto offerto dall’Olimpico: sembrava di essere in uno stadio inglese in cui la fede verso i propri colori prescinde dal risultato del campo.
Concludo questo articolo con una massima di Josè Mourinho, il quale, dopo un pesante 5-0 rimediato al suo primo Clasico dichiarò: “È meglio perdere una partita 5-0 che 5 partite per 1-0”, come dargli torto? In bocca al lupo a questa Roma, con l’auspicio che ci faccia vivere nuove serate come quella dell’Etihad.