Inflazione, Erdoğan fa marcia indietro.

da | Nov 26, 2023 | Politica economica

Hafize Gaye Erkan, Governatore di TCMB (Türkiye Cumhuriyet Merkez Bankası)

Chi mi legge da qualche tempo sa che le strategie di politica monetaria di Recep Tayyip Erdoğan hanno sempre attirato la mia attenzione.

Il motivo? Il loro essere agli antipodi con quanto la dottrina afferma da ormai mezzo secolo e, nello specifico, l’ostinarsi a voler invadere un campo, quello della politica monetaria, dal quale chi ricopre incarichi politici ed è dunque responsabile della politica fiscale dovrebbe tenersi lontano.

La politica monetaria deve essere indipendente da quella fiscale, anche quando, per Costituzione, la nomina del responsabile della prima è ad appannaggio di chi ha ricevuto un mandato dagli elettori.

Mi spiego meglio: affinché un Paese prosperi nel lungo periodo, la Banca Centrale non deve diventare il bancomat del Governo.

Si tratta di un tema largamente indigesto, basti osservare le polemiche che si susseguono in casa nostra ad ogni decisione della BCE, un tema che, quando di fronte si ha un’economia in via di sviluppo ed una democrazia perfettibile, assume una vasta rilevanza.

Dopo essere stato eletto nel 2003, Erdoğan aveva promosso ambiziosi, nonché costosi, progetti di sviluppo per la Turchia, in particolare nel campo delle infrastrutture e delle telecomunicazioni, avvalendosi di cospicui investimenti esteri, progetti che nel giro di un quindicennio hanno portato il Paese a diventare la diciannovesima economia del mondo.

Quando l’inflazione ha fatto capolino ad Ankara, toccando quota 20% nel 2019 e il valore della valuta locale – la lira turca – è sprofondato rispetto al dollaro, anziché seguire l’ortodossia economica e quindi aumentare il livello del costo del denaro per contenerla, il Presidente turco ha preferito alzare il tiro, imponendo ai responsabili della politica monetaria del Paese, pena il licenziamento, di continuare ad abbassare i tassi: tutti gli economisti ed i banchieri centrali del mondo si sbagliavano, l’inflazione si combatte stampando moneta.

Ciò ha innescato una crisi valutaria nel 2021 e una serie di tentativi, per lo più fallimentari, atti a proteggere i depositi in lire dal deprezzamento valutario. L’inflazione in Turchia ha superato l’80% nell’agosto 2022.

Obiettivo rielezione.

Vi starete chiedendo, perché intestardirsi in questo modo? Come a gran parte dei politici, più che il benessere dei cittadini, sta a cuore essere rieletti. Ed Erdoğan aveva la necessità di costruirsi il terreno in vista delle elezioni del maggio 2023, poi vinte, sebbene a fatica.

Incassata la rielezione, ecco la più classica delle conversioni sulla via di Damasco: la sua posizione riguardo la strategia di politica monetaria più idonea per il bene della Turchia si è ribaltata, riallineandosi a quanto insegnato in qualsiasi corso di macroeconomia.

Al nuovo Governatore Hafize Gaye Erkan, ex Goldman Sachs, peraltro donna, non certo un dettaglio da trascurare quando si parla di un Paese islamico, è stato concesso di aumentare i tassi di interesse per ben sei volte consecutivamente dall’8,5% fino al 40%, il livello più elevato in quasi vent’anni.

L’andamento dei tassi in Turchia dal 2019 ad oggi.

L’ultimo, di 500 punti base, di entità addirittura doppia rispetto alle previsioni, e che ha portato il livello dei tassi dal 35 al 40%, è arrivato lo scorso giovedì.

L’inflazione resta altissima.

Il tasso di inflazione in Turchia in ottobre è stata stimato al 61,36% e si prevede che esso raggiungerà il picco il prossimo maggio, al 70-75%. A tal proposito il comunicato diffuso dall’Istituzione recita: “Il ritmo della stretta monetaria rallenterà. “il ciclo di inasprimento sarà completato in un breve periodo di tempo”.

Ricordiamo che il target inflazionistico di medio periodo è fissato al 5%, insomma, Erkan avrà ancora tanto lavoro da fare.

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