
Le notizie che giungono da Kabul sono drammatiche.
Il sottoscritto, come immagino gran parte di voi, ne segue con ansia gli sviluppi, provando a maturare un pensiero che sia scevro da qualsiasi condizionamento politico.
Non è facile. Non lo sarebbe in generale, non lo è tantomeno in questa specifica circostanza: è troppa la distanza che ci separa dall’Afghanistan, e con distanza non mi riferisco certo a quella chilometrica.
Dunque, anziché avventurarmi in quelle che sarebbero certamente opinabili e sommari punti di vista, discutibili invasioni di campo che non aggiungerebbero nulla a quanto è possibile leggere o ascoltare altrove, preferisco restare fedele ai temi di cui questo blog si occupa, anche perché, una volta che i talebani avranno cristallizzato il loro dominio sul Paese, concludendo così la “fase militare”, il popolo afghano sarà chiamato ad affrontare una fase che si preannuncia altrettanto drammatica e probabilmente ben più duratura, quella di una crisi economica.
Ajmal Ahmady, ex Governatore della Banca Centrale del Paese, fuggito domenica da Kabul, in una recente intervista al Financial Times ha dichiarato che l’Afghanistan dipende dalle spedizioni all’ingrosso di riserve di dollari dagli Stati Uniti, che presto si esauriranno, con il conseguente aumento dei prezzi dei generi di prima necessità e dei controlli sui capitali: a breve, le persone non saranno più in grado di accedere ai propri conti corrente, al proprio denaro.
L’economia afghana, che ha un elevato deficit commerciale, dipende infatti dalle spese militari, dagli aiuti esteri e dall’accesso a circa 9 miliardi di dollari di riserve valutarie, in gran parte detenuti in banche statunitensi che l’amministrazione Biden ha già provveduto a congelare, dando seguito all’appello presentato da 18 membri repubblicani della Camera dei rappresentanti a Janet Yellen, segretaria del Tesoro, temendo possano cadere nelle mani dei talebani e finanziare nuovi attentati.
Anche il Fondo Monetario Internazionale si è subito mosso in tal senso, annunciando che i 460 milioni di dollari destinati all’Afghanistan come parte del programma globale nella lotta al coronavirus non verranno più assegnati. Nel contempo, alcuni Paesi occidentali, tra cui Regno Unito e Canada, hanno già annunciato l’intenzione di non riconoscere il nascente Governo afghano.
Le sorprendenti aperture dei talebani su donne e minoranze registrare in queste ore, sulle quali alcuni imbarazzanti nostri rappresentanti politici sono già cascati, hanno l’obiettivo di recuperare tali fondi: in questo momento, come ha scritto il giornalista e attivista Basir Ahang, i talebani hanno bisogno di legittimità internazionale, dunque faranno di tutto per mostrarsi al mondo come una forza semi-moderata e aperta al cambiamento.
Se da un lato le sanzioni economiche mirano a indebolire i talebani, dall’altro rischiano di acuire l’emergenza umanitaria: se l’occidente non fa presto qualcosa che vada oltre i tweet di circostanza o un silenzioso attendismo, i flussi migratori nel giro di qualche mese diverranno inarrestabili, e fa rabbia osservare come alcuni nostri politici, anziché porre la questione con serietà, si stiano già affrettando a riciclare i soliti slogan che tanto successo hanno riscontrato nel recente passato sulle fasce della popolazione meno istruite e più in difficoltà.
Con questa improvvisa (ed improvvisata) ritirata abbiamo già tradito la fiducia del popolo afghano, voltar loro le spalle ancora una volta, credendo che la questione non ci riguardi, potrebbe riportarli dritti tra le braccia dei talebani.
L’articolo è finito, ti ringrazio per la lettura e ti invito a condividerlo nel caso sia risultato di tuo interesse. Ti ricordo inoltre che lasciando un like alla mia pagina Facebook o iscrivendoti alla newsletter sarai avvisato sulle future pubblicazioni, buone vacanze estive!

