Janet Yellen, Segretario del Tesoro statunitense.

La pandemia ha avuto – e sta tutt’ora avendo – un impatto devastante sulle nostre vite.

Sebbene essa sia ascrivibile ad uno shock simmetrico – a differenza delle ultime crisi essa ha riguardato l’intero Pianeta – le conseguenze, soprattutto sul piano economico, sono state diverse, le disuguaglianze sono aumentate.

Anche da questa crisi, insomma, ne sono derivati vincitori e vinti.

Mentre infatti alle imprese tradizionali che non fornivano servizi essenziali è stata imposta la prolungata chiusura dei propri punti vendita allo scopo di limitare i contagi, i giganti tecnologici, lontani da quel modello business, hanno potuto continuare a lavorare indisturbati, anzi, a causa delle restrizioni che ci hanno obbligati a restare in casa e dunque a rivedere le nostre abitudini, i loro affari ne hanno addirittura tratto giovamento.

Multinazionali dell’e-commerce quali Amazon ed Alibaba, quelle dei servizi streaming come Netflix o Disney+, le piattaforme di comunicazione, siano esse principalmente per svago, come Facebook o Instagram, o correlate allo smartworking, su tutte Zoom, hanno tutte osservato un deciso incremento del propri utili, assestando probabilmente il colpo definitivo ai già morenti negozi di prossimità.

Tale situazione ha riportato in auge una vecchia questione, per la verità mai sopita ma neppure mai affrontata con decisione dagli Esecutivi, quella della tassazione dei giganti del web.

In un contesto in cui i Paesi si affannano a ricercare risorse per compensare i mancati introiti delle aziende a cui era stata imposta la chiusura e fornire la cassa integrazione ai cittadini impossibilitati a lavorare, risorse che attraverso la tassazione arrivano in gran parte proprio da questi soggetti, ecco che la necessità di far cassa dalle multinazionali del web, che da sempre, con strumenti più o meno leciti, talvolta persino con il beneplacito degli stessi Governi, versano imposte di entità ridicola, si fa stringente.

Oltre a ciò, c’è da registrare una svolta positiva su tale fronte, sia da parte della nuova amministrazione Biden – le multinazionali dell’hi-tech sono per lo più americane – convinta a ristabilire quel ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale che gli Stati Uniti hanno dalla fine del secondo conflitto mondiale, mettendo fine al protezionismo miope di Trump, almeno per quanto concerne gli alleati occidentali, sia da parte delle stesse multinazionali, le quali, avendo preso coscienza dell’impossibilità di continuare sul vecchio andazzo, preferirebbero un regime di tassazione sì più alto ma uniforme, evitandosi il proliferare potenzialmente caotico di misure unilaterali imposte dai Governi di tutti il mondo vogliosi di batter cassa.

Le complesse proposte giunte sinora si riducono essenzialmente a due: stabilire un’aliquota fiscale minima per le società valida ovunque e riscrivere le regole per l’assegnazione di tali entrate tra i Paesi; in altre parole, aumentare la torta e ripartirla in parti diverse, più eque.

La strategia seguita fino a questo momento dalle multinazionali era infatti quella di registrare i profitti nei Paesi dove l’imposta sulle società è bassa o addirittura inesistente, anziché in quelli dove essi erano stati generati. Ciò è stato possibile perché le regole secolari di allocazione dei profitti mal si conciliano con un’economia globalizzata, che fa dei servizi, dunque di beni immateriali, più che di beni fisici, la sua essenza. Insomma, i sistemi fiscali dei Paesi, realizzati nel secolo scorso, sono divenuti obsoleti, il paradigma è cambiato.

Anziché agire su tale fronte, provando ad imbastire una seria discussione a livello internazionale, i Paesi hanno preferito farsi concorrenza a vicenda proponendo alle multinazionali aliquote via via più basse in cambio di investimenti, dunque di posti di lavoro.

Se è vero che aumentare i posti di lavoro dà maggiori possibilità di rielezione, è vero anche che aliquote più basse generano un calo delle entrate fiscali, quindi una riduzione del bilancio dello Stato, quindi di servizi per i cittadini e, nei periodi di crisi, ciò emerge con prepotenza.

Trattasi dunque di una soluzione miope, ancor di più se osservata in seno ad un’unione valutaria quale è l’Eurozona, dove la regola dell’unanimità impedisce di mettere fine a paradisi fiscali come Irlanda, Olanda e Lussemburgo, Paesi che ospitano i quartier generali delle multinazionali dell’hi-tech statunitense, permettendo dunque loro l’accesso all’area di libero scambio più grande del mondo ma trattenendo per sé tutti i benefici.

L’avvento di Biden, come dicevo, potrebbe essere la svolta. Il Presidente USA, infatti, ha in mente di finanziare il suo piano di infrastrutturale e di politiche sociali da oltre mille miliardi di dollari attraverso l’imposizione di una Global Minimum Tax del 21% sui redditi che le società statunitensi realizzano all’estero.

Mi spiego meglio: se per esempio un’azienda statunitense paga un’aliquota del 12% in Irlanda, essa sarà obbligata a pagare la differenza (9%) a Washington. Queste misura, se accolta dall’intera comunità internazionale, impedirebbe alle multinazionali di sfruttare le lacune e le discrepanze nelle norme fiscali e dunque di eludere il fisco.

L’idea di fondo è quella di allocare maggiori diritti di tassazione ai Paesi in cui le società vendono, dunque realizzano profitti, anziché in quelli in cui hanno furbamente stabilito la propria sede fiscale. Ciò si tradurrebbe in un aumento della tassazione generale ma, soprattutto, in una migliore ripartizione della stessa. Il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, nonché ex Presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, sostiene che l’introduzione di un’aliquota minima globale porrebbe fine alla “corsa al ribasso di trent’anni sulle aliquote dell’imposta sulla società”.

Secondo Il Fondo Monetario Internazionale, l’uso dei paradisi fiscali costa ai governi una cifra tra i 500 ed i 600 miliardi di dollari ogni anno. Il Tax Justice Network, un gruppo di difesa del Regno Unito che afferma di volere un sistema fiscale più equo, cita, in quest’ordine, le Isole Vergini britanniche, le Isole Cayman, le Bermuda, i Paesi Bassi e la Svizzera come le prime cinque “giurisdizioni più complici nell’aiutare le multinazionali a pagare un’imposta sul reddito delle società inferiore”.

Si riuscirà a trovare una quadra?

Sebbene la discesa in campo degli Stati Uniti lasci filtrare un certo ottimismo, la soluzione è ben lontana dall’essere trovata.

L’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) da anni lavora ad una mediazione, sostenendo l’idea di richiedere ad ogni società multinazionale di pagare almeno un’aliquota minima in ogni Paese in cui opera. Il tasso minimo proposto da Biden del 21% è superiore alle proposte finora discusse all’OCSE, che avevano raggiunto il 12.5%.

La frustrazione legata ai mancati progressi della trattativa ha spinto alcuni Paesi ad imporre unilateralmente una tassa sulle vendite locali di servizi digitali ad aziende quali Facebook, Amazon e Google. Nel 2019 Parigi ha aperto la strada, imponendo una tassa del 3% sui ricavi vendita di dati per le aziende con un fatturato globale di almeno 750 milioni di euro e vendite digitali in Francia di 25 milioni euro.

Non sarà facile giungere ad una quadra, coinvolgere le giurisdizioni a bassa tassazione è complicato, dato quanto siano fondamentali le strategie di minimizzazione fiscale per le loro economie, ciò nonostante, la ritrovata apertura verso il mondo degli Stati Uniti, il ruolo del dollaro come braccio armato della politica estera statunitense e la presidenza italiana del prossimo G20, finalmente guidata da un leader credibile ed autorevole, potrebbero aiutare al raggiungimento dell’obiettivo.

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