Credits: Milano Finanza

Il 2020 è ormai alle spalle: l’inizio della campagna vaccinale lascia presagire un ritorno alla normalità in tempi relativamente brevi.

Ciò nonostante, il superamento degli strascichi della pandemia sull’economia mondiale, alla stregua di qualsiasi altra precedente crisi, comporterà tempi ben più lunghi.

Il coronavirus ha determinato un aumento del debito pubblico globale di 10.000 miliardi di dollari (da 73.000 ad 83.000).

Un aumento concentratosi per lo più sulle economie sviluppate (l’80%), dove si è assistito ad un incremento del rapporto debito/PIL  di oltre 20 punti percentuali (dal 105.3% al 125.5%). Se restringiamo il campo ai soli Paesi del G7, tale incremento è ancora maggiore: dal 118.5% al 141.2%. Gli Stati Uniti sono il Paese che più si è indebitato (4.000 miliardi), seguono le tre maggiori economie dell’Eurozona (Germania, Francia ed Italia) per complessivi 1.134 miliardi, il Giappone (985), il Regno Unito (440) ed il Canada (292).

Di dimensioni nettamente inferiori i disavanzi collezionati dai Paesi in via di sviluppo: fatta eccezione per la Cina, epicentro della pandemia, indebitatasi per 1.600 miliardi, con il rapporto debito/PIL salito al 61.7% del PIL, il loro indebitamento aggiuntivo complessivo è stato stimato in 2.390 miliardi di dollari, un balzo di “soli” 10 punti percentuali (dal 52.6% al 62.2%). In aggiunta, nei PVS, Cina in primis, sono già stati registrati segnali di ripresa.

Sebbene la risposta delle Istituzioni sia stata ben più vigorosa e celere che in passato, basti pensare che il primo programma di QE della BCE arrivò soltanto cinque anni dopo l’esplosione della Crisi del debito Sovrano in Eurozona, la situazione delle finanze pubbliche dei Paesi coinvolti, proprio in virtù di quel precedente, appare più sostenibile.

La differenza sostanziale sta nei tassi di interesse dei titoli del Tesoro, risultato delle politiche di alleggerimento monetario delle principali banche centrali del mondo e della caduta generalizzata nei Paesi sviluppati del tasso di inflazione, che proprio tali politiche – Draghi per la verità lo usò come pretesto per aggirare i Trattati e salvare l’euro – miravano a riportare al livello target: ora il costo del denaro oscilla tra l’1% e lo zero, in alcuni casi esso si trova persino in territorio negativo ( vedi Eurozona e Giappone); durante la precedente crisi andavano dal 2.5-3% degli Stati Uniti fino al 5% dell’Italia.

A tal proposito sarebbe facile, ma forse troppo semplicistico, fare un confronto con quanto accaduto con il sofferto salvataggio della Grecia dieci anni orsono; chiaro che l’enorme mole di denaro messa in circolo ora, tra QE, PEPP, SURE e Next Generation EU, avrebbe incredibilmente giovato all’economia ellenica e agli altri PI(I)GS, in quel caso però la natura dello shock era asimmetrica, il coronavirus ha invece colpito l’Eurozona e il mondo intero in maniera piuttosto generalizzata, la risposta non poteva essere la stessa.

Come dicevo in apertura, l’arrivo del vaccino è la notizia che tutti aspettavamo con ansia, l’ideale per lasciarci alle spalle questo faticoso anno appena terminato e guardare con ottimismo al 2021.

I debiti accumulati però in quest’anno non spariranno, restano lì, e al di là di fantasiose ipotesi di cancellazione, sono grossomodo tre le armi di cui disponiamo per venirne a capo: i tassi di interesse, quello di inflazione e la crescita.

Bassi tassi di interesse consentono ai Paesi di indebitarsi più a cuor leggero, ossia senza il timore che i risparmiatori possano ritenere che i loro prestiti non verranno ripagati, originando la richiesta di un premio per il rischio maggiore e conseguenti tensioni sui mercati.

Tale condizione è alla base per la ripartenza: si fa presto a dire che nei periodi di crisi occorre investire, se i costi di finanziamento sono proibitivi il rischio di finire in una spirale recessiva è alto.

Un tasso di inflazione più sostenuto, ossia vicino al livello target, rappresenta un ulteriore aiuto alla ripresa. Esso infatti erode il debito: nel caso sia maggiore del tasso di interesse, porta quest’ultimo addirittura su territori negativi (in termini reali), azzerando di fatto il costo dell’indebitamento.

Dall’utilizzo intelligente del debito procurato passa infine la crescita, il cui tasso, se superiore a quello di indebitamento, consente ad un’economia di prosperare.

Da quanto detto è facile intuire che delle tre armi a disposizione, quella più affidabile, quella su cui si ha pieno controllo, sono i tassi di interesse, il cui valore è discrezionalmente deciso dal banchiere centrale. Le altre due, seppur più o meno legate ad essi, sono da ritenersi incerte.

Da quanto si evince dall’esperienza maturata nell’ultimo decennio, infatti, qualcosa nella moderna teoria economica sembra essersi rotto: le ingenti misure di alleggerimento monetario non sono riuscite a sortire consistenti aumenti verso il tasso di inflazione obiettivo, soprattutto nel caso dell’Eurozona e del Giappone, tanto da far pensare che ci si trovi di fronte a quella che Keynes definì “Trappola della liquidità”.

«È possibile portare un cammello all’abbeveratoio, ma non lo si può costringere a bere» – John Maynard Keynes

Anche sotto il profilo della crescita i risultati sono tutt’altro che eccezionali per il Vecchio Continente ed il Sol Levante. La sensazione, condivisa dagli stessi banchieri centrali, è che la politica monetaria abbia fallito nel rinvigorire l’economia reale contribuendo soltanto a far volare i mercati azionari. Da qui la necessità, come scrissi all’inizio dello scorso anno, di lasciare il campo a politiche fiscali espansive: i 750 miliardi di euro stanziati dalla Commissione Europea per il Next Generation EU ed i 900 miliardi di dollari del piano di sostegno del Congresso statunitense recentemente varato vanno esattamente in quella direzione. Sarà però importante che tali sforzi escano dalle miopi logiche del consenso politico, andando a finanziare progetti di investimenti seri e lungimiranti.

Insomma, la strada è tracciata, i presupposti per ritornare a crescere ci sono tutti, a noi cittadini la responsabilità di vigilare sulle scelte che la politica prenderà negli anni a venire.

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