RCEP, l'area di libero scambio più grande del mondo.
RCEP vs World

Nella giornata di ieri, ad Hanoi, capitale del Vietnam – in realtà, causa Covid-19, molti dei leader politici erano collegati in videoconferenza – è stato siglato l’RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership), il più grande accordo di libero scambio del mondo.

Quindici i Paesi coinvolti, Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, oltre ai 10 facenti parte dell’ASEAN (Associazione delle nazioni del sud-est asiatico), dunque, Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore, Thailandia, Brunei, Vietnam, Birmania, Laos e Cambogia, i quali rappresentano complessivamente circa 2,2 miliardi di persone ed il 30% del PIL globale.

Tale accordo avrebbe potuto essere ancor più imponente se l’India, terza economia dell’area e oltre un miliardo di abitanti, non vi avesse rinunciato, timorosa riguardo le ripercussioni dell’accordo sulla propria economia, in particolar modo per il settore agricolo, e sull’eccessivo potere egemonico della Cina, con la quale i rapporti nell’ultimo periodo non sono ottimali.

Al contrario c’è da registrare il primo accordo di libero scambio tra Cina e Giappone – verranno eliminate le tariffe sull’86% delle merci giapponesi esportate in Cina, rispetto all’attuale 8%, con notevoli vantaggi, almeno sulla carta, per i produttori giapponesi, in particolar modo per l’industria automobilistica nipponica – una svolta storica per i due Paesi, i quali da sempre si contendono il predominio sull’area, la cui marcia indietro dell’India aveva ad un certo punto fatto temere una rinuncia anche da parte di Tokyo. La spinta conclusiva è arrivata dall’uscita di scena di Donald Trump, sconfitto alle presidenziali americane, dal quale il neo Premier giapponese Yoshihide Suga temeva che l’ingresso del Giappone nell’accordo avrebbe portato a ripercussioni sulle esportazioni nipponiche verso gli Stati Uniti.

L’intenzione iniziale dei colloqui, cominciati nel 2012, era consentire un commercio più fluido nel continente; il mastodontico accordo finale, siglato come detto ieri, venti capitoli, per un totale di oltre 500 pagine di impegni specifici per ciascun Paese, dal commercio di beni – con una riduzione notevole di dazi e tariffe sino, in alcuni casi, all’azzeramento – agli investimenti, dal commercio elettronico alla proprietà intellettuale, fino agli appalti pubblici, getta le basi per una nuova crescita economica dell’area, ponendosi agli antipodi con il crescente protezionismo osservato nel mondo occidentale negli ultimi anni.

La nuova politica commerciale inaugurata dall’ex amministrazione Trump, infatti, che, oltre alla guerra alla Cina, ha visto il ritiro da parte degli Stati Uniti dal TPP (Trans-Pacific Partnership), successivamente ribattezzato CPTPP (The Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership), nonché le difficoltà tra Regno Unito e Unione Europea nel raggiungere un accordo commerciale post-Brexit, hanno probabilmente spronato l’Asia ad assumere un ruolo di guida nel plasmare la nuova architettura del commercio globale.

Gli accordi di libero scambio attualmente presenti in Asia.

Spetterà a Joe Biden, neo Presidente degli Stati Uniti, cercare di riguadagnare il terreno perduto, magari rientrando nell’accordo del CPTPP, accordo che, non è un mistero, mirava proprio a limitare l’egemonia cinese nell’area.

La maggior parte dei Paesi membri del RCEP è composto da esportatori netti, le loro produzioni sono infatti in vasta parte destinate agli Stati Uniti e all’Europa, la sfida è rovesciare il paradigma tradizionale, incoraggiando gli investitori a dirottare risorse sui mercati interni, sviluppando così prodotti “in Asia per l’Asia”. Il Premier cinese Li Keqiang, durante il suo intervento, ha osservato come nei primi tre trimestri dell’anno l’interscambio Cina-Asean abbia raggiunto i 481 miliardi di dollari, +5% rispetto al 2019, aggiungendo che Pechino «terrà a mente le necessità dei partner commerciali quando i vaccini cinesi saranno pronti per la distribuzione». Un segnale importante, dato che, mentre Cina, Corea del Sud e Vietnam mostrano segnali di ripresa, molti altri Paesi asiatici continunano a fare i conti con gli effetti della pandemia.

L’obiettivo, negli anni a seguire, è creare un’integrazione sempre più profonda tra i Paesi aderenti all’accordo, una piattaforma in grado di creare nuovi standard di prodotto per le nuove tecnologie, per esempio nel campo della stampa 3D e dell’intelligenza artificiale, una piattaforma capace di rispondere alle nuove sfide che l’economia post-pandemica porrà e che preveda regolari incontri tra funzionari, ministri e capi di Stato.

L’accordo, definito da più parti come “moderno, completo, di alta qualità e reciprocamente vantaggioso”, lascia in realtà qualche perplessità su temi importanti, quali la protezione dei lavoratori e dell’ambiente, con inevitabili conseguenze per i ceti più deboli nei Paesi in via di sviluppo, in particolare nel settore agricolo; temi per altro particolarmente sentiti in Occidente e che potrebbero di fatto “buttare” fuori mercato le esportazioni americane ed europee nell’area.

In conclusione ricordo che l’RCEP, che dovrà essere ratificato dai parlamenti nazionali dei Paesi membri, entrerà in vigore dopo che avrà ottenuto il via libera da almeno sei Paesi ASEAN e tre Paesi non ASEAN; è lecito aspettarsi qualche rallentamento, il sentimento anti-commerciale che anti-cinese, figlio della politica estera operata da Pechino nell’ultimo anno, è risaputo, ciò nonostante, mentre il dibattito internazionale sugli effetti che tale accordo produrrà sarà al centro del dibattito internazionale nei prossimi anni, al momento va registrata la netta affermazione della Cina, che di fatto si è aperta un’ampia fetta di mercato – per altro in costante crescita – per le proprie esportazioni, nella quale, da “azionista di maggioranza”, influirà sensibilmente nella scrittura delle regole del gioco, con lo scopo di raggiungere l’obiettivo di diventare un Paese “ad alto reddito” entro il 2025 e un’economia moderatamente sviluppata entro il 2035.

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