Dollaro di Hong Kong.

L’accordo raggiunto in gennaio tra Stati Uniti e Cina sembrava aver messo fine alla guerra commerciale tra le due superpotenze lasciando presagire un periodo di prosperità per l’economia mondiale.

L’avvento del coronavirus, i silenzi della Cina in tal senso e l’incapacità dell’amministrazione statunitense di fronteggiarlo, hanno scombussolato la tregua raggiunta, esacerbando ancor di più i già difficili rapporti tra Pechino e Washington. L’ultimo capitolo di questa nuova guerra fredda attiene alle recenti mosse da parte della Cina di limitare le libertà politiche dell’ex colonia britannica di Hong Kong, sollevando le critiche quasi unanimi della comunità internazionale.

Diverse le opzioni al vaglio della Casa Bianca, dalla messa al bando della famosa app video cinese Tik Tok, alla negazione dei visti per le centinaia di migliaia di studenti cinese che ogni anno si iscrivono presso i college statunitensi, sino ad un attacco allo status di Hong Kong come hub finanziario globale.

Ed è proprio di questa ultima eventualità che vorrei parlarvi in questo articolo.

Il dollaro di Hong Kong è stabilmente agganciato al dollaro statunitense dal 1983.

L’autorità monetaria di Hong Kong (HKMA), infatti, ha il mandato di mantenere il tasso di cambio con il dollaro USA nell’intervallo – fissato nel 2005 e mai rotto – HK $ 7,75 – HK $ 7,85, quando esso si avvicina ad una delle due estremità, l’HKMA lo stabilizza comprando o vendendo i dollari locali.

Tale operazione, in gergo definita “pegging”, ha consentito all’ex colonia britannica di diventare uno dei maggiori poli finanziari del mondo. Gli investitori, infatti, sono soliti parcheggiare il loro denaro ad Hong Kong, in quanto la valuta locale si è dimostrata relativamente sicura e facilmente convertibile.

Quando la Cina ha annunciato la volontà di rivedere la legislazione sulla sicurezza nazionale di Hong Kong, l’amministrazione Trump ha immediatamente affermato che tale mossa avrebbe minato l’autonomia della città stato e dunque la possibilità di garantire lo status commerciale concesso da Washington per fini commerciali, il quale prevede, tra le altre cose, la possibilità di scambiare liberamente dollari statunitensi con quelli di Hong Kong.

Limitare l’accesso della HKMA ai dollari statunitensi potrebbe ostacolare la sua capacità di mantenere il legame valutario con il biglietto verde, spingendo, con ogni probabilità, gli investitori a ritirare il denaro depositato presso le banche locali, spaventati da una possibile svalutazione della valuta locale.

A tal proposito, si ricordi che, a differenza di quanto avviene nella Cina continentale, dove i flussi di capitali sono strettamente controllati, ad Hong Kong il denaro è libero di fluire senza alcuna restrizione.

Quella che ad una prima analisi potrebbe essere vista come un dispetto a Pechino, data la stretta integrazione dei sistemi economici e finanziari globali, potrebbe in realtà ritorcersi anche e soprattutto contro gli Stati Uniti, in quanto rischierebbe di minare la fiducia degli investitori internazionali nell’uso del dollaro e nella detenzione di attività finanziarie statunitensi, di certo non l’auspicio migliore nel mezzo di una crisi che appare tutt’altro che alle spalle.

Per il momento tale eventualità non pare destare grosse preoccupazioni tra gli investitori, sia perché, come detto, gli Stati Uniti subirebbero degli effetti collaterali difficilmente calcolabili e, con le elezioni presidenziali alle porte, sarebbe bene per l’amministrazione Trump non lanciarsi in operazioni troppo spericolate, sia perché la HKMA al momento detiene oltre 430 miliardi di dollari di riserve estere, senza contare che la Banca Centrale Cinese potrebbe correre in suo soccorso attingendo dalle sue riserve in valuta estera stimate in oltre 3 trilioni di dollari.

Un’ipotesi estrema potrebbe essere quella che l’HKMA decida di agganciare il dollaro di Hong Kong allo yuan cinese, mettendo così fine al sodalizio con il dollaro statunitense che, ricordiamolo, perdura da quasi quarant’anni, ipotesi al momento del tutto remota dato che nessuna valuta al mondo gode della convertibilità del biglietto verde, scambiato liberamente in qualsiasi mercato del mondo, e dello status di riserva internazionale, senza contare la buona reputazione della Federal Reserve nella promozione della stabilità dei prezzi.

Ad ogni modo la Cina ha già fatto sapere che, qualunque saranno le scelte di Washington, è pronta a rispondere colpo su colpo, avvertendo la Casa Bianca e gli altri alleati europei di interferire sulle proprie questioni interne.

Nell’attesa di conoscere gli sviluppi, ti invito a condividere quest’articolo nel caso tu l’abbia trovato interessante. Lascia inoltre un like alla mia pagina Facebook o iscriviti alla newsletter, sarai così avvisato sulle future pubblicazioni, grazie per la lettura!