Dopo 9 anni l’Italia è tornata ad emettere titoli del Tesoro denominati in dollari.

Tranquilli, l’incubo sovranista è, almeno per il momento, messo da parte, non siamo (ancora) diventati un Paese del terzo mondo che ha bisogno di emettere bond in dollari affinché qualche operatore internazionale sia disposto a comprarceli.

La logica dietro questo tipo di operazione è trovare nuovi mercati di sbocco per i nostri titoli, rendendoli, nel contempo, più appetibili, dato che il loro rendimento in euro, in virtù delle politiche monetarie ultra-espansionistiche operate dalla BCE in questi anni, è prossimo allo zero.

Dunque un aggravio per le casse dello Stato?

In realtà no, in quanto, sebbene le politiche monetarie di Fed e Bce siano in due stadi profondamente diversi – i tassi ufficiali sono rispettivamente al 2% e allo 0% – il cambiamento delle regole sui derivati operato dal Tesoro ha permesso di trasformare immediatamente in euro il bond emesso in dollari, allineandone così i rendimenti – nominalmente più elevati, un titolo di Stato statunitense decennale paga in questo momento l’1,54% contro il nostro 0,97% – al classico BTp emesso in euro e proteggendoci da future variazioni del tasso di cambio.

Le richieste, arrivate da oltre 250 operatori internazionali, hanno superato la soglia dei 18 miliardi di euro ed hanno permesso al Tesoro di collocare ben 7 miliardi di bond così distribuiti: 2.5 miliardi a 5 anni, 2 miliardi per il titolo decennale e ulteriori 2.5 per quelli in scadenza a trent’anni.

Il successo dell’iniziativa lascia presagire ulteriori nuove emissioni con questa formula, magari in altra valuta, yen giapponesi per esempio, valuta da sempre considerata rifugio.

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