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L’immagine copertina della Pagina Facebook di Claudio Borghi Aquilini, consigliere economico della Lega e tra i principali sostenitori dei minibot.

La scorsa settimana ha fatto discutere una mozione parlamentare passata all’unanimità che, tra le altre cose, prevedeva l’introduzione di titoli di stato di piccolo taglio, ribattezzati minibot, quale nuovo strumento per il pagamento di debiti – e crediti – da parte della pubblica amministrazione verso famiglie e imprese.

Cominciamo subito col dire che, trattandosi, appunto, di mozione parlamentare, essa non ha alcun valore vincolante, ma soltanto una funzione di indirizzo al Governo a legiferare sul tema.

La proposta fa discutere perché l’introduzione di tale strumento rappresenta(va) uno dei capisaldi della strategia di uscita dall’euro del nostro Paese da parte del leghista Claudio Borghi Aquilini, presidente della commissione bilancio della Camera, nonché principale consigliere economico del partito guidato dal Vicepremier e Ministro dell’Interno, Matteo Salvini.

Infatti, secondo il sedicente professore, lo Stato immetterebbe in circolazione i minibot come forma alternativa di pagamento verso i propri creditori, imprese e famiglie, con lo scopo (iniziale) di ridurne drasticamente i tempi, fattore che ha portato diverse aziende del Belpaese al fallimento. Tale strumento, non avendo né scadenza, né tasso di interesse, sarebbe a sua volta utilizzabile per tutti quei beni e servizi legati allo Stato, quali il pagamento delle imposte o l’erogazione di carburante. Verrebbe così a crearsi una sorta di moneta parallela all’euro, sul cui valore lo Stato si impegnerebbe a mantenere un tasso di cambio di 1 a 1.

La diffusione di tale strumento sarebbe poi propedeutico all’uscita dall’euro con il vantaggio, secondo quanto auspicato da Borghi, di evitare le corse agli sportelli e la morìa di banconote in circolazione mentre verrebbero stampate nuove lire, che andranno poi a soppiantare, a loro volta, tali minibot.

Ma tutto ciò è davvero possibile e, soprattutto, è legale?

Borghi sostiene che, sebbene le regole comunitarie proibiscano ad uno stato membro di stampare una valuta alternativa all’euro, esse non vietano l’emissione di titoli del Tesoro di piccola entità, a tal proposito ricordiamo che il taglio minimo di un titolo di Stato (BOT), almeno per quanto riguarda il nostro Paese, è al momento di 1000 euro.

Le bocciature di Draghi prima e Visco poi, rispettivamente Presidente della Banca Centrale Europea e Governatore della Bankitalia, non si sono fatte attendere, il motivo è piuttosto chiaro: i cosiddetti minibot possono essere sostanzialmente ascrivibili a due profili, o sono moneta, dunque illegali – non è possibile per i Paesi dell’Eurozona stampare una seconda moneta – o sono nuovo debito, e andranno dunque a cumularsi all’enorme fardello esistente.

Sembrano pensarla così anche i mercati, con lo spread che in questi giorni si è prepotentemente avvicinato a quota 300, rendendo ormai esiguo persino il differenziale di rendimento dai titoli ellenici, tanto da spingere anche il Ministro dell’economia e delle finanze, Giovanni Tria, a margine del G20 in programma a Fukuoka (Giappone), a prendere una netta posizione sul tema.

Le preoccupazioni però restano, dato che il tema minibot è presente nel contratto di Governo sottoscritto un anno fa dalle due forze politiche di maggioranza, Lega e M5S, e i due rispettivi leader, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, non sembrano voler fare marcia indietro.

Cosa preoccupa?

L’introduzione dei minibot sarebbe il preambolo all’uscita dall’euro del nostro Paese. Una simile mossa sortirebbe con ogni probabilità una decisa risposta della Commissione europea, che considererebbe il totale dei minibot emessi nuovo debito aggiuntivo; in contemporanea, la Banca Centrale Europea chiarirebbe che essi non hanno nient’affatto un valore stabile e assimilabile a quello dell’euro ma, al contrario, dipendente dalle valutazioni del mercato che, secondo gli analisti, ne applicherebbe immediatamente una drastica svalutazione, nell’ordine della metà.

Simili segnali di sfiducia da parte delle istituzioni europee comporterebbero un deciso aumento dello spread a livelli insostenibili, la catastrofe, scongiurata nel 2011, sarebbe stavolta inevitabile: ingenti quantità di denaro sarebbero in un batter d’occhio trasferite nel nord Europa, assisteremmo ad una corsa agli sportelli con rischi di tenuta del nostro già fragile sistema bancario, declassamento a livello junk del nostro debito da parte delle agenzie di rating con conseguente perdita dello scudo fornito dagli acquisti dei nostri titoli di Stato (Quantitative Easing) da parte della BCE, la quale destinerebbe tali risorse alla protezione degli altri Stati membri dal rischio contagio, sancendo inesorabilmente l’esplosione del nostro debito pubblico. A quel punto il valore dei minibot, sconfessato dagli investitori, crollerebbe del tutto e l’Esecutivo sarebbe costretto ad intervenire limitando i prelievi e i trasferimenti di capitali.

L’epilogo, con ogni probabilità, sarebbe la resa incondizionata del Governo italiano, sostituito da nuovo Esecutivo tecnico o persino dall’arrivo della Troika, con l’obiettivo di rimettere in sesto un Paese in ginocchio a colpi di austerity, ma un’austerity vera, non quella che da anni la politica ci racconta per mascherare l’incapacità di frenare la spesa pubblica.

Vogliamo davvero tutto questo? Non sarebbe meglio ricominciare ad essere un Paese serio e smetterla di mettere in piedi assurdi escamotage credendo di essere gli unici furbi di questo mondo?

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