Manovra-del-popolo

Una delle immagini simbolo della manovra economica dell’Esecutivo italiano: gli esponenti del Governo del M5S si affacciano festanti dal balcone per il raggiungimento di un accordo sul rapporto deficit/PIL al 2.4%.

Nelle ultime settimane il dibattito politico nel nostro Paese è stato caratterizzato dagli attriti tra il Governo e la Commissione Europea. Oggetto del contendere la bocciatura operata dalla Commissione alla nostra manovra economica, la quale prevede un rapporto deficit/PIL al 2.4%, dunque assai distante dall’1.6% che il precedente Esecutivo si era impegnato a rispettare.

I sostenitori della manovra, alla luce anche del fallimento delle cosiddette politiche di “austerità espansiva” inaugurate nel corso della Crisi del debito, ritengono che una maggiore spesa pubblica sia la strada maestra da seguire allo scopo di rinvigorire la crescita del nostro Paese, da troppo tempo deficitaria.

Per chi non conosce queste dinamiche, però, forse meglio fare un passo indietro.

Durante gli anni di Crisi, tra gli economisti si diffuse la convinzione secondo cui un’attenta politica di bilancio, in particolare nei Paesi ad alto debito, sarebbe stata più efficiente di un incremento della spesa pubblica, ricetta che Keynes propose per uscire dalla Crisi del ’29.
Tenere a posto i conti pubblici avrebbe infatti sia ripristinato la fiducia degli investitori circa le possibilità di ripagare il debito accumulato, sia abbassato i tassi di interesse, rendendo dunque meno costoso il ricorso a nuovi prestiti.

Tali vantaggi avrebbero più che compensato la contrazione dovuta ad una politica fiscale restrittiva, fatta di tagli alla spesa pubblica o di aumenti della tassazione. A sostenere questa tesi, tra gli altri, i bocconiani Alesina ed Ardagna, i fautori del concetto di “austerità espansiva” poc’anzi accennato.

Alle politiche keynesiana in voga fino a quel momento non si contestava tanto l’efficacia, quanto le successive difficoltà di gestione degli enormi buchi di bilancio che venivano a crearsi.
In realtà, ad essere onesti, per i Paesi con un rapporto debito/PIL superiore al 90%, due professori di Harvard, Carmen M. Reinhart e Kenneth S. Rogoff, nel 2010, nel discusso paper dal titolo “Growth in a time of debt”, avevano contestato anche questo, lavoro poi rivelatosi fallace a causa di pacchiani errori nel foglio di calcolo Excel.




Il semplicismo del dibattito politico, sempre più basato sul linguaggio fatto di slogan proposto dalla rete anziché ad una seria discussione sui contenuti, nonché la comprensibile difficoltà dell’opinione pubblica di comprendere tali dinamiche, ha comportato l’immediata demonizzazione del concetto di “austerità” e riportato prepotentemente in auge il pensiero keynesiano o, meglio, quello che in tanti erroneamente considerano tale.
Parlo di semplicismo in quanto, come ampiamente dimostrato – tra gli altri – dalla Prof.ssa Veronica De Romanis, di cui consiglio caldamente la lettura, l’austerità, se ben utilizzata, fa crescere e, nel contempo, un aumento della spesa diversa da quelle votata agli investimenti non può essere certo ricondotta al pensiero keynesiano.




Chiusa questa doverosa parentesi, facciamo un passo avanti: mettiamo da parte il fatto che la manovra non rispetti quanto imposto da Bruxelles, per dirla alla Salvini “Freghiamocene”, arriviamo a quello che è a mio avviso il punto cruciale della questione:  essa riporterà il nostro Paese su orizzonti di crescita più alti?

Nonostante non si disponga ancora di una versione definitiva, è facile rispondere che no, questa manovra non ci farà crescere quanto previsto dal nostro Esecutivo, in quanto, anziché utilizzare l’extra-deficit per promuovere gli investimenti come il pensiero keynesiano vorrebbe, si concentra su misure assistenzialistiche, le quali, com’è risaputo, non hanno alcun impatto sulla crescita.

L’impressione è che si tratti di una maxi manovra elettorale in vista delle elezioni europee in programma la prossima primavera in cui i partiti sovranisti/populisti punteranno a distruggere l’Europa così come la conosciamo. In altre parole, più che promuovere la crescita, questa manovra rischia di far esplodere il debito e mandarci in default.




Poiché potrei essere tacciato di essere di parte, cerchiamo di far parlare i numeri, d’altronde si sa, la matematica non è un’opinione.

Come detto all’inizio di questo articolo, la manovra del Governo gialloverde prevede un extradeficit di 0.8 punti percentuali del PIL rispetto a quanto promesso dall’Esecutivo precedente; di questi, lo 0.1% sarebbe da attribuire ad un incremento dei tassi di interesse, da cui dovrebbe dunque essere sottratto, se non fosse che gran parte del nostro debito è detenuto dagli stessi cittadini italiani, si può quindi evitare anche di farlo.

Manteniamo dunque il valore 0.8%.

Quando si parla di investimenti pubblici si dà una grossa importanza ai moltiplicatori, ossia ai benefici in termini di crescita economica che essi saranno in grado di produrre; di norma, in questi casi, si parla di un moltiplicatore intorno ad 1. Date le modalità con cui l’Esecutivo ha deciso di utilizzare tale deficit – assistenzialismo (riforma pensionistica, reddito di cittadinanza ecc.) anziché investimenti in istruzione, infrastrutture ecc. – questo valore mi pare eccessivo, ma offriamo il beneficio del dubbio al nostro Esecutivo e fissiamolo addirittura all’1.5%

Stanti così le cose, il PIL del nostro Paese crescerebbe dell’1.2%.

1.5%*0.8%= 1.2%




L’altra faccia della medaglia è rappresentata dall’incremento dei tassi di interesse.
Da aprile ad oggi, lo spread, ossia il differenziale di rendimento dei BTP decennali italiani rispetto agli omologhi Bund tedeschi, è cresciuto di circa 160 punti base.

Spread BTP-Bund

Un anno di spread.                                                                Fonte: “Il Sole 24 Ore”

Tale incremento, come osservabile dal grafico, è avvenuto sostanzialmente in due fasi: la prima, in maggio, quando la coalizione formata da Lega e Movimento 5 Stelle cominciava a prendere forma, e in luglio, ossia quando le prime proposte di manovra cominciavano a trapelare.
I membri della maggioranza si sono immediatamente affrettati a parlare di complotto, come se dietro ai mercati ci fosse costantemente un potere oscuro che vuole il male del nostro Paese, la verità è che l’aumento dello spread è derivato dalle dichiarazioni irresponsabili dei membri della maggioranza, acuite tra l’altro dalla continua speculazione sulla presunta volontà del Governo di lasciare l’Eurozona.

Ma restiamo concentrati sui numeri: quali conseguenze avrà un incremento dei tassi sull’economia italiana?

Molto dipenderà dagli effetti che esso avrà su consumatori ed aziende, i quali, almeno in parte, dipenderanno dalle scelte che il Governo opererà nel bilanciare le risorse erose dallo spread, ossia dove e come esso andrà a tagliare.

Non si dimentichi infatti che maggiori interessi sul debito si traducono in minori risorse da destinare alla spesa pubblica, ossia in ospedali, pensioni, stipendi pubblici e quant’altro. Il downgrade operato da Moody’s e l’outlook rivisto da stabile a negativo da Standard & Poor’s vanno in quel verso, e smettiamola anche con la storia delle agenzie di rating corrotte e inefficienti: fatevene una ragione, gli investitori guardano ad esse quando si tratta di investire il proprio denaro.
La Borsa, da quanto il Governo gialloverde si è formato, ha perso circa il 25% del suo valore, ciò rende le nostre aziende più facilmente scalabili da parte di investitori esteri, anche qui, poi non lamentiamoci del fatto che gli stranieri vengono a comprarsi le nostre aziende; inoltre, i CDS (credit default swap) – gli strumenti finanziari creati per difendersi dal rischio di insolvenza –  legati al nostro Paese sono aumentati.

In generale, cresce l’incertezza sul futuro, ed è tutto merito del Governo del cambiamento!

E se il costo del capitale aumenta, diminuiscono di conseguenza gli investimenti.

Completiamo la nostra analisi sui numeri.

Un aumento di 100 punti base comporta in media un decremento del PIL dell’1%, anche se, chiaramente, anche in questo caso dipende dalle circostanze. Per l’Italia, si stima un effetto leggermente inferiore, circa lo 0.8% per 100 punti base.

A questo punto mettiamo insieme i numeri – generosi con il moltiplicatore, ossia sugli effetti positivi che questa manovra produrrà, conservativi su quelli negativi generati dall’incremento dei tassi di interesse – abbiamo:

0.8*1.5 – 0.8*1.6 = -0.1

Ciò significa che, nella migliore delle ipotesi, gli effetti positivi derivanti dalla manovra promossa dal Governo probabilmente non riusciranno neppure a compensare quelli negativi generati da un aumento dei tassi di interesse, figuriamoci a mantenere le mirabolanti promesse della campagna elettorale. In bocca al lupo!




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