Mark Carney-Bank of England

Il Governatore di Bank of England, Mark Carney.

Il mestiere del banchiere centrale è senza dubbio complicato, se poi la banca di cui si è Governatore è Bank of England, può diventare il lavoro più difficile del mondo.

Chiedere a Mark Carney.Il board di Bank of England riunitosi ieri ha deciso, all’unanimità, di lasciare i tassi allo 0.5%: nonostante la conclusione della fase 1 di Brexit, infatti, con l’accordo raggiunto in dicembre – in realtà restano alcuni punti irrisolti, il confine irlandese, per esempio, e la questione Gibilterra – le incertezze relative all’esito della fase 2, quella in cui Regno Unito e Unione Europea saranno chiamati a cercare un’intesa sui futuri accordi commerciali, restano altissime, e con esse le stime di crescita di Londra, seppur viste in rialzo, all’1,8% per il 2018, 2019 e 2020, contro quelle del rapporto di novembre che vedevano un 1,5% per il 2018 ed 1,7% per il 2019 e 2020.




La congiuntura economica mondiale, infatti, unita alla svalutazione della sterlina, sta trainando l’export d’Oltremanica, compensando, almeno per il momento, gli effetti negativi di Brexit.

L’inflazione resta oltre il target – ha raggiunto il suo picco (3%) a fine anno – e dovrebbe tornare a ridosso del 2% non prima del primo trimestre del 2021. Il punto però è che, come riportato dal sottoscritto in novembre, si tratta di un’inflazione cosiddetta “importata”, ossia derivante dal fatto che, con la sterlina debole, i beni importati, in particolare quelli energetici, risultano più cari. I salari infatti restano al palo, e con essi i consumi ed investimenti, erosi dal crollo del potere d’acquisto della sterlina.

È questo scenario a complicare le mosse di Carney.

Egli, da un lato, sarebbe tentato dall’intraprendere una stretta monetaria al più presto per riportare l’inflazione nei giusti binari, dall’altro, conscio dell’origine dell’inflazione, teme che questa mossa possa strozzare l’economia britannica.

Sono queste le ragioni che hanno portato il n.1 di Bank of England a tergiversare, aggiungendo però che il ritmo e la velocità con cui i tassi verranno rialzati nei prossimi mesi potrebbe essere superiore a quanto previsto in precedenza. Il rischio che l’economia britannica possa surriscaldarsi non è da sottovalutare.

A queste parole la sterlina ha immediatamente reagito positivamente, apprezzandosi sulle altre divise.

Ricordiamo che l’ultimo aumento dei tassi risale al 2 novembre scorso – da 0.25% a 0.50% – quello che mise fine a dieci anni di tagli.

Confermato anche il piano QE da 435 miliardi di sterline e gli acquisti di bond societari per 10 miliardi.




Il lungo processo, dunque, che dovrebbe portare nei prossimi anni il Regno Unito a trasformarsi da importatore ad esportatore netto, complice, come detto, la buona congiuntura economica mondiale, procede meglio del previsto. Il nodo però da sciogliere resta quello legato ai negoziati della fase 2 di Brexit: il futuro del Regno Unito passa soprattutto da lì: un mancato accordo, secondo gli esperti, costerebbe ben 6 punti di PIL, circa 2mila sterline per famiglia.

 

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