primo piano Mario Draghi, con sfondo euro sfuocato

Mario Draghi, Governatore della Banca Centrale Europea.

L’ultimo board della BCE, tenutosi lo scorso 7 settembre, non ha prodotto alcuna indicazione di rilievo sulla strategia di rientro di Francoforte dal quantitative easing, rinviando tutto al prossimo incontro, fissato per il 25-26 ottobre.

I motivi di tale rinvio risiedono essenzialmente in un rallentamento dell’inflazione (1.3% in agosto) che, nel caso di una stretta monetaria, potrebbe ulteriormente arrestarsi, rischiando così di minare l’incoraggiante crescita fatta registrare dall’Eurozona nell’ultimo periodo, per la quale Draghi ha rivisto in rialzo le stime per il 2017 dall’1.9 al 2.2%.

Per tali ragioni avevo preferito non scrivere un nuovo articolo sul tema.

Un passaggio di Draghi nel corso della conferenza stampa, quello relativo ai rischi di un euro forte, mi ha però fatto cambiare idea, invogliandomi nell’approfondire tale tematica.

Con tale articolo, dunque, proverò a far luce sui motivi che hanno portato l’euro ad apprezzarsi sul dollaro del 14.5% dall’inizio di quest’anno (ma anche del 6% sullo yen e del 7% sul franco svizzero, valute rifugio per antonomasia, nonché del 10% sulla sterlina) e sulle conseguenze che ciò potrebbe comportare.

Cominciamo dalle cause.

In primo luogo vi sono motivazioni endogene, ossia strettamente legate a dinamiche ”interne”:

  • L’Eurozona, così come descritto all’inizio di questo articolo, cresce più del previsto.
  • Il ritardo dell’annuncio di un piano di normalizzazione monetaria da parte della BCE, il cosiddetto “tapering“, è visto di buon grado dagli investitori, i quali potranno beneficiare per più tempo delle politiche monetarie accomodanti di Francoforte, continuando così ad investire in asset denominati in moneta unica.
  • Il surplus delle partite correnti dell’Area Euro, spinto in primo luogo dalla Germania, ma anche dall’Italia, ha comportato una forte richiesta di euro sui mercati, dato che i beni acquistati vengono poi pagati, appunto, in euro.



Vi sono poi delle motivazioni esogene, dunque non strettamente riconducibili all’Eurozona, che possono sintetizzarsi nelle difficoltà incontrate da Donald Trump nel suo piano di politiche fiscali espansive, fatto di importanti tagli alla tassazione e copiosi investimenti in infrastrutture, e del rallentamento del piano di rientro dal QE di Janet Yellen, Presidente della Fed, la quale, delle quattro strette monetarie inizialmente previste per il 2017, ne ha finora portate a compimento soltanto due, con gli investitori che cominciano a dubitare anche sull’effettiva realizzazione di una terza, qualche mese fa prevista entro la fine dell’anno.

Volendo riassumere, la ritrovata fiducia nell’euro da parte dei mercati, connessa all’uscita dalla Crisi del Debito e alle difficoltà del principale partner commerciale, gli USA, ha contribuito a rafforzare la valuta unica.

Parrebbe dunque un controsenso leggere di un Draghi preoccupato dalle conseguenze di quello che in fondo era diventato uno dei suoi dogmi: l’irreversibilità dell’euro.

Ma quali sarebbero queste conseguenze? Proviamo ad analizzarle.

Una moneta più forte rende le importazioni più convenienti e questo, di norma, potrebbe comportare delle difficoltà nel raggiungimento del target di inflazione – ricordiamolo, per statuto, fissato appena sotto il 2% – e, a sua volta, ulteriori ritardi nel piano di rientro dal quantitative easing.

La volatilità del tasso di cambio rappresenta senza di dubbio un rischio ma, come appena ricordato, l’obiettivo principale – se non unico – della BCE, risiede nel raggiungimento del tasso di inflazione obiettivo, non nella stabilità del tasso di cambio; quest’ultimo rappresenta soltanto uno degli elementi che partecipa alla composizione del tasso di inflazione.

Insomma, come fatto a suo tempo con l’introduzione del quantitative easing, dove dovette fronteggiare le ire provenienti da Berlino, contrarie al provvedimento, Draghi dovrebbe andar dritto per la propria strada, infischiandosene della politica e tenendo fede esclusivamente al proprio mandato.

L’Eurozona, quale area di libero scambio più grande del mondo, ha un ruolo di rilievo nello scacchiere internazionale, tenere artificialmente un tasso di cambio basso in condizioni di espansione porterà sì dei vantaggi nel breve periodo ma non certamente nel lungo.

La BCE è un organismo indipendente, deve continuare a rimanere estranea da logiche di consenso.

[amazon_link asins=’B01LVXZRG9,B06XWN7VCQ,B06XS5TPCY,B01LSUYWO0′ template=’ProductCarousel’ store=’simonefontana-21′ marketplace=’IT’ link_id=’da2ce00a-9793-11e7-b7b9-c51c77af80da’]

Concludo con il mio solito appello: se avete trovato quest’articolo interessante, vi invito a condividerlo sui social e a mettere un like alla mia pagina Facebook; inoltre, se non volete perdervi i prossimi articoli, il consiglio è di iscrivervi al blog inserendo la vostra mail, riceverete un messaggio ad ogni nuova pubblicazione, grazie.

SalvaSalva