Haruhiko Kuroda, Janet Yellen e Mario Draghi

Jackson Hole – Da sinistra, Haruhiko Kuroda, Janet Yellen e Mario Draghi, governatori rispettivamente di Bank of Japan, Federal Reserve e Banca Centrale Europea.

Sono i giorni del simposio di Jackson Hole, tradizionale incontro annuale organizzato dalla Federal Reserve di Kansas City nel quale partecipano i principali banchieri centrali del mondo e dove si fa un po’ il punto sugli scenari economici del presente e del futuro. Sfruttando le indicazioni che ci arrivano da Kansas City e quelle derivanti dagli ultimi avvenimenti, proverò a fare altrettanto.

Cominciamo dalla Fed.

Janet Yellen, Presidente della Federal Reserve, nonostante le continue uscite strampalate della Presidenza Trump, sta proseguendo la normalizzazione dell’economia statunitense, riportandola, gradualmente, ai livelli pre-crisi.

Nel corso dell’intervento tenutosi lo scorso venerdì, Janet Yellen, che si appresta a concludere il suo mandato – le frizioni con Trump rendono difficile una sua riconferma – ha indirettamente ammonito la proposta della Casa Bianca e del partito repubblicano di nuove liberalizzazioni del sistema finanziario, le quali ripristinerebbero, per certi versi, una situazione non molto dissimile dallo scenario pre-crisi del 2008.

Queste le parole della numero 1 della Fed:

“Non possiamo essere sicuri che non ci saranno nuove crisi ma, se ci ricordiamo i danni che l’ultima ha creato e agiamo di conseguenza, possiamo sperare che il sistema finanziario e l’economia sperimenteranno meno crisi e recupereranno più velocemente risparmiando le famiglie e le aziende dalle difficoltà”.

Il terzo aumento dei tassi atteso per fine anno e, con esso, lo smaltimento dei 4.500 miliardi di dollari in seno al proprio bilancio, Trump permettendo, rappresentano la strategia orientata alla prudenza di Janet Yellen, la quale comporterà un rafforzamento del dollaro sulle altre valute, come del resto si sta già osservando in questo periodo.




Una strategia da cui non dovrebbe discostarsi la Bce.

L’euro, con l’elezione in Francia di Macron che ha ridato slancio al progetto europeo – dopo che le ondate populiste ne avevano messo a repentaglio le sorti – ha recuperato terreno sul dollaro, smentendo chi aveva previsto di lì a breve il raggiungimento della parità tra le due valute.

Le condizioni incoraggianti dell’Eurozona, inoltre, nonostante le perplessità – condivise con la Fed –  sul fronte inflazione – a tal proposito, la dottrina ancora discute sull’effettiva validità della curva di Phillips – lasciano presagire un prossimo piano di rientro anche per la Bce, probabilmente per l’inizio del 2018, dato che Draghi ha più volte chiarito che il QE, salvo ripensamenti, finirà alla fine di quest’anno.

Ciò porterà – esattamente come detto per il dollaro – ad un rafforzamento della moneta unica.

Come la Yellen, anche Mario Draghi ha le proprie gatte da pelare, su tutte le prossime elezioni tedesche, dato che a Berlino non hanno mai digerito sino in fondo le politiche monetarie ultraespansive della Bce, mentre, lato Brexit, la posizione dell’UE appare sempre più cristallizzata.

Chi infatti sta subendo, e subirà, gli effetti di Brexit, come era chiaro sin dall’inizio, sarà principalmente il Regno Unito, con i sudditi di sua Maestà alle prese con una netta perdita del proprio potere di acquisto.

Il fallito tentativo da parte di Theresa May di rafforzare la propria leadership interna, connesso, come detto, alla vittoria di Macron, ha nettamente rovesciato i rapporti di forza della Brexit – già di per sé impari – con Bank of England costretta a lasciare i tassi inalterati onde evitare un ulteriore crollo della sterlina.

Dal 23 giugno 2016, data in cui si tenne il famoso referendum che portò alla vittoria del fronte del leave, la sterlina ha perso rispettivamente il 16% ed il 14% nei confronti dell’euro e del dollaro, spingendo in maniera preoccupante all’insù il tasso di inflazione (le merci importate costano di più a fronte di una moneta svalutata) la quale, dopo il picco del 2.9% fatto segnare a maggio, si è assestata nei successivi due mesi al 2.6%, nettamente sopra l’obiettivo di medio termine per le principali banche centrali, del 2% e quello – troppo basso – del periodo pre-referendum dello 0.5%.

Grazie al Financial Times, è possibile osservare l’andamento della sterlina inglese nei confronti del dollaro e dell’euro negli ultimi cinque anni:

sterlina vs dollaro sterlina vs euro

Tale situazione, data la condizione del Regno Unito di importatore netto, non sta producendo effetti positivi sul fronte esportazioni e dunque sul PIL, le cui stime sono state viste al ribasso nel corso dell’ultimo board di Bank of England.

Al fine di fronteggiare la riduzione del proprio potere d’acquisto, si sta registrando nei sudditi di Sua Maestà una riduzione della loro propensione al risparmio, scesa dal 6% del 2016 all’1.7% del primo trimestre del 2017, valore mai così basso dagli anni ’60.

Chi invece non dispone di risparmi tende ad indebitarsi: si può leggere in tal senso l’aumento del 10% nell’ultimo anno del credito al consumo, il cui stock è aumentato di 1.45 miliardi di sterline giungendo a 200.9 miliardi.

È chiaro che se i prestiti aumentano a fronte di salari reali in discesa – causa inflazione e aumento della tassazione – il rischio in futuro di debitori inadempienti non è da sottovalutare.

Alcuni operatori finanziari cominciano a scommettere addirittura sul raggiungimento della parità tra euro e sterlina tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo.

Difficile fare previsioni, stante però così le cose, è un’ipotesi che non mi sento di escludere.

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Appare chiaro che la parola d’ordine per quest’anno e il prossimo sarà prudenza.

Yellen e Draghi lo sanno bene, la volontà di normalizzare al più presto le rispettive economie, emersa a più riprese, nei prossimi mesi si scontrerà col timore che strette di entità eccessiva possano minare la crescita.

A tal proposito, Draghi, nel corso del suo intervento, ha sollevato la questione di innalzare il potenziale di crescita dall’1% odierno al 2% osservato nel 2000, condizione essenziale per affrontare le sfide che attendono molte economie avanzate, su tutte l’alto debito generato dalla crisi economica e la questione demografica.

La ricetta, secondo il numero 1 dell’Eurotower, passa per un aumento della produttività.

“Un ingrediente cruciale affinché aumenti è l’apertura: libero scambio, liberi flussi di investimento e finanziari, svolgono un ruolo essenziale nella diffusione di nuove tecnologie attraverso i confini che trainano miglioramenti nell’efficienza. Il consenso sociale sui mercati aperti si è indebolito per la percezione che gli effetti collaterali dell’apertura superino i benefici, dando origine a barriere commerciali che interessano già il 2,5% dei prodotti rispetto all’1% del 2000.”

Secondo Draghi occorre “rispondere alle preoccupazioni di giustizia, sicurezza e equità. Ed è questa risposta che non può essere limitata a livello del welfare in singoli paesi ma deve essere collettiva, attraverso istituzioni multilaterali”

Insomma, la soluzione è ancora una volta più Europa.

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