Jiří Rusnok seduto, con dito che punta in su

Jiří Rusnok, Governatore della Banca Centrale della Repubblica Ceca.

Mentre Mario Draghi ancora si interroga sulle modalità e sulle tempistiche che porranno fine al quantitative easing e all’“era dei tassi zero” – l’aumento dell’inflazione registrato negli ultimi mesi non convince ancora il n.1 dell’Eurotower – c’è un Paese europeo, chiaramente non facente parte dell’Eurozona, ma membro dell’Unione Europea, che ha inaugurato la prima stretta monetaria da quella della Polonia del 2012: la Repubblica Ceca.

Il 4 agosto scorso, infatti, la Banca Centrale della Repubblica, dopo 9 anni, ha innalzato il tasso ufficiale di sconto di 0.20 punti percentuali, portandolo a quota 0.25%.

A differenza dell’area euro, la Repubblica Ceca sta vivendo un periodo di forte espansione – crescita prevista per quest’anno al 3.6% – accompagnata da un tasso di inflazione superiore a quello obiettivo del 2%, un po’ il dogma di tutti i banchieri centrali.



Tali condizioni lasciano presagire una ulteriore stretta entro fine anno anche se, su questo punto, le autorità ceche preferiscono restare prudenti; il timore, infatti, che la corona ceca possa apprezzarsi eccessivamente sull’euro – ipotesi scongiurata negli ultimi 3 anni da un peg sulla moneta unica, cessato lo scorso aprile – determinando un rallentamento della crescita, resta un’ipotesi da non prendere sottogamba.

La Fed, dopo tante peripezie e con estrema cautela, ha cominciato il suo percorso di normalizzazione, a quando quello dell’Eurozona? Come scrissi qualche anno fa, Il quantitative easing non è la panacea.