due mani affiancate, con palmi rivolti verso l'alto, con sopra il disegno del mappamondo

La massimizzazione del profitto ed il surplus del consumatore rappresentano due concetti chiave della microeconomia.

Il primo attiene alla combinazione ottimale dei fattori di produzione – in termini di quantità e prezzo – tali da ottenere la maggior differenza possibile tra ricavi e costi totali, in parole povere, l’obiettivo a cui ambisce qualsiasi impresa.

Il secondo, invece, rappresenta la differenza positiva tra il prezzo che un individuo è disposto a pagare per un determinato bene e quello che effettivamente paga, rendendo, nella sua mente, l’acquisto degno di essere effettuato.

Per meglio spiegare questo secondo concetto, è opportuno operare un esempio.

Prendete un oggetto che avete voglia di acquistare, il cui prezzo è di 250 euro ma a cui voi attribuite un valore di 200 euro; se il suo prezzo si abbasserà sotto tale soglia, probabilmente lo acquisterete e più esso si discosterà da essa, maggiore sarà la vostra soddisfazione, ossia il surplus che ne ricaverete.

La globalizzazione è stato il modo in cui tali concetti, prima relegati ai volumi di economia, hanno trovato piena attuazione: viviamo in un’epoca in cui il consumatore dispone di infinite possibilità di scelta, sia di beni che di servizi, offerti a prezzi contenuti se non addirittura gratis.

Gli obiettivi di massimizzazione del profitto e surplus del consumatore, come i più attenti avranno intuito, sono però in contrasto, vi è infatti tra loro quello che gli economisti definiscono un trade-off, l’aumento dell’uno produce una diminuzione dell’altro, e viceversa.

Aumentare i profitti mantenendo prezzi competitivi non è possibile se non attraverso la delocalizzazione della produzione in aree geografiche in cui il costo del lavoro è più basso o dove la legislazione sul tema di protezione ambientale è molto meno stringente che in Occidente.

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Ciò, complice l’esplosione della Crisi, ha prodotto pesanti ripercussioni in termini occupazionali nei Paesi di origine, causando nell’opinione pubblica un malcontento che ha prodotto l’ascesa dei partiti nazionalisti e delle loro ricette di protezionismo e chiusura delle frontiere, acuite, per altro, almeno nel nostro Paese, dai forti flussi migratori.

Come spesso amo scrivere, “Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi”, tornare al protezionismo comporterebbe l’insorgere di problemi ancor più gravi dell’attuale condizione, ciò che va fatto è, piuttosto, superare gli isterismi, e concentrarsi sui correttivi utili a superare le criticità emerse.

Probabilmente il primo passo da fare è un salto di qualità dei sistema-Paese occidentali, in termini di lotta alla burocrazia, riforma della giustizia civile e, soprattutto, del settore educativo.

Questo ultimo tema, in particolare, rappresenta a mio avviso la chiave di tutto.

Le economie occidentali non devono inseguire la concorrenza cinese, devono semplicemente specializzarsi – come per altro descritto dal famoso modello di Heckscher-Ohlinnelle produzioni ad alta intensità di capitale anziché in quella ad alta intensità di lavoro.

Ciò però non basta, ogni modello, in quanto tale, rappresenta per forza di cose una semplificazione della realtà, ben più complessa.




L’Italia, per esempio, il cui settore manifatturiero in Europa è secondo solo alla Germania, ha sùbito più di altri la concorrenza sleale proveniente da Oriente, in quanto i fiori all’occhiello della propria economia, l’alimentare e l’abbigliamento, sono più facilmente replicabili di altri.

La vera sfida per l’Italia è nella lotta alla contraffazione, nel riconoscimento a livello internazionale delle nostre proprietà intellettuali, dei marchi, se chiudessimo le frontiere ciò non sarebbe più possibile e, per un Paese come il nostro, estremamente votato alle esportazioni, gli effetti sarebbero terribili.

Nell’espressione “settore educativo” va però incluso dell’altro.

Per combattere gli effetti collaterali della globalizzazione, nei cittadini deve inoltre crescere la consapevolezza di ciò che stanno comprando, basare le proprie decisioni di acquisto su fattori che vanno oltre il mero prezzo, premiare le aziende che riconoscono la dignità del lavoro dei propri dipendenti ed il rispetto delle normative ambientali, attuare un protezionismo che non sia commerciale, che non derivi tanto dal luogo di produzione della merce, quanto dall’eticità insita in esso.

Per la verità molte aziende stanno spingendo su questo tema da tempo, affinché però esso non sia una semplice leva di marketing ma rappresenti un serio impegno, è necessario che lo Stato legiferi attentamente sul tema, in modo da superare le asimmetrie informative tra aziende e consumatori e mettere a tacere quella cultura del sospetto, che spesso sfocia nel complottismo, la quale non smette mai di alimentarsi sui social.

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